Trumans Water + Hiroshima Rocks Around @ Init [Roma, 6/Maggio/2003]

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Niente bassi in giro, stasera, tempi duri amici del groove: nessuno dei due gruppi in scaletta, infatti, fa uso dello strumento a quattro corde. La scelta di elidere un pezzo così importante della tipica line up del rock, che potrà essere dettata dai più diversi ed improbabili indirizzi artistici, è tutt’altro che impopolare, tanto nel panorama romano (Motorama, che intitolano il loro nuovo disco appropriatamente ‘No Bass Fidelty’) quanto sulla più vasta scala planetaria (dai blasonati White Stripes, a realtà di nicchia come gli Arab On Radar e Kid Commando) e, inevitabilmente, caratterizza in modo significativo il suono sia degli Hiroshima Rocks Around che dei più celebri Trumans Water. L’assenza del groove e del tiro del basso permette di approssimare il drumming al bilico del collasso ritmico, deviando continuamente dai binari della canzone non solo nella struttura, ma proprio nella materia solida che la compone. Le componenti organiche del rock si spappolano, si lacerano, sotto i pesanti colpi di Toni Cutrone, incalzando le nevrotizzanti chitarre di Vincent Filosa e Ndriù Marziano che stizziscono in costante dissonanza e abrasivitò timbrica. La cosa merita approfondimento, e così scambio due parole con Toni. Per prima cosa gli chiedo se gli Hiroshima Rocks Around si sentano referenziali rispetto agli Arab On Radar; lui ammette, ma precisa come questi abbiano via via smarrito, pur approfondendo l’ambito della loro peculiare ricerca sonora, uno spirito rock’n’roll che invece è vivo e pulsante negli Hiroshima. Mi racconta dei loro progetti e dell’uscita imminente del loro nuovo lavoro, registrato e mixato con tutti i crismi, e mi spiega inoltre che le immagini astratte proiettate durante il concerto sono state disegnate da loro e montate col computer insieme ad un amico. In effetti, guardando il loro sito e il booklet del primo CD (‘Isolation Bus Blues’, Vurtz/No-Fi, 2001) si nota la medesima traccia stilistica graffiante e deviante. Gli Hiroshima disegnano così uno spettacolo di inaudita ferocia sonora iconoclasta, attraverso l’esasperazione della loro attitudine che, consensualmente, definiamo “no-core con aperture free-jazz”.

Ed è il momento dei Trumans Water, trio formatosi a San Diego nei primi ’90 e guidato dalla follia dei fratelli Kevin e Kirk Branstetter. Bordate soniche dissonanti e dilettantismo militante, uniti ad uno disinteresse stonato totalmente pavementiano, li qualificano come gli alfieri riconosciuti del primitivismo rock lo-fi. Anche il modo di gestire il palco, con numerose e prolungate pause tra un brano e l’altro, chiacchiere tra loro e con il pubblico, in un americano stretto di cui non comprendo nemmeno una parola, bevute e divagazioni continue, rendono l’impressione dello scazzo più completo e rilassato. Sulle prime l’esperienza è esaltante, ma passata la mezz’ora incomincio francamente a percepire la noia montare dentro di me, fino allo sbadiglio che viene smorzato solo parzialmente dal siparietto in cui i tre si scambiano gli strumenti facendone venir fuori un rozzo r&r/punk che ridà un po’ di respiro, prima di ripiombare nel rumore. Forse non ero particolarmente in serata, ma i Trumans Water dal vivo, con la loro continua deviazione da qualunque percorso che possa condurre ad alcunché di eufonico, soddisfatta una iniziale curiosità mi sono parsi più fiaccanti che altro.

Alessandro Bonanni