Tropic Of Cancer + Dva Damas @ Teatro Lo Spazio [Roma, 6/Ottobre/2013]

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E’ un po’ tra lo sperimentale e il non – visto che ormai è stato veramente quasi tutto detto e suonato -, una musica a cui è difficile accordare un “mi piace” tout court e a cui forse sarebbe più onesto accostarsi con un sincero “mi interessa molto”, un leale “mi intriga particolarmente”. Parliamo del canto monocorde e decadente della losangelina Camella Lobo alias Tropic of Cancer e delle elettroniche secche e distorte di Taylor Brunch e Joseph Cocherell, sul palco meglio noti come Dva Damas. Dopo varie tappe in Italia, tra Torino, Bologna, Firenze, domenica scorsa è stata la volta di Roma, dove si sono esibiti nel centrale quanto – passatemi il termine un po’ gergale – “infrattato” Teatro Lo Spazio. Infrattato perché trattasi nella fatti specie di un piccolo teatro nascosto dietro le bancarelle del mercato di via Sannio a San Giovanni, che si sà di notte, di maniera inversamente proporzionale a quello che appare di giorno, assume tutte le tipiche sembianze noir e spettrali del luogo più abbandonato al mondo: un posto dunque ideale per calarsi nel mood del concerto, anzi un po’ di nebbiolina in più, sparsa qua e là, avrebbe completato alla perfezione il quadro. Con una line-up semplice e lineare, la serata si è svolta proprio come annunciato: dalle 22h alle 23h ecco esibirsi i Dva Damas per poi lasciare il posto fino alle 24h in punto a Camella Lobo accompagnata sempre da Taylor. Della gente presente in sala, non si è in grado di stimare in quanti realmente fossero in grado di capire ed apprezzare ciò che si stava ascoltando, ma messa da parte ogni difficile stima, si può dire con certezza che la sala o meglio tutto lo spazio in piedi di fronte al palco era di fatto gremito.

I Dva Damas hanno quindi aperto le danze senza troppe esitazioni. Saliti sul palco, si sono posizionati strategicamente con Taylor al centro della scena munita di basso e microfono e Joseph lateralmente fronte al suo mac correlato di drum machine. Quarantacinque minuti di musica cupa e meccanica che si sono in realtà dissolti in un batti baleno, mentre sullo sfondo scorrevano le immagini in bianco e nero forse del film “Il primo samurai” (non ne sono sicura, ma lo stile era quello). Certo i Dva, forse più Taylor che Joseph, danno come l’impressione di soffrire un po’ il palco e se potessero mettersi a suonare di spalle o per conto loro sarebbero probabilmente più a loro agio. Ma forse è solo tutta un’impressione, data da un tipo di musica che certo patisce la dimensione live, causa del suo carattere estremamente intimistico e cupo e causa delle particolari attenzioni tecniche che richiede. Una semplice e mancata regolazione di volume, come quella che purtroppo si è verificata domenica scorsa, lascia di fatto morire tutti gli effetti in eco taglienti e metallici che si sarebbero dovuti sentire e distinguere sui diversi piani d’ascolto e che avrebbero dovuto fornire la metà della fascinazione acustica. Stesso problema dunque per quando sul palco la scena è passata a Tropic of Cancer, cioè Camella Lobo, accompagnata sempre da Taylor dei Dva Damas, che però in occasione cambia di abito e si presenta coordinata con Camella in completo rosso acceso, taglio tipo anni ’50, con camicia bianca. Uno stile che nulla ha a che vedere con il dark suonato, ma questo dall’altro lato il vantaggio del live. Si può assistere infatti ad un concerto della peggiore acustica, ma c’è sempre qualcosa in più che emerge nello spettacolo dal vivo, rispetto al semplice e per quanto perfetto ascolto in cuffia. Così ad esempio un’altra cosa che colpisce e attira l’attenzione visiva, mentre con le orecchie si fatica a capire su quale pezzo si stia realmente, è il modo con cui sia Taylor che Camella maneggiano gli strumenti, in particolare i bassi e i cavi che li legano agli amplificatori: sembra quasi che tengano tra le mani degli strani animali esotici, dei serpenti velenosi ma innocui, che spostano e scansano con caritatevole cura e pietà. C’è una dimensione non mistica, ma propriamente religiosa in tutto questo. I Dva Damas ma quanto e sopratutto i Tropic of Cancer, non cantano ma pregano, pregano con pacatezza e paradossale serenità uno stato generale di-sperazione, inteso proprio in quel senso di “manque d’espoir”, di mancanza, vuoto di speranza. E il loro è senza dubbio (ora ne sono sicura) più un “noir” gentile e romantico che un cupo e martellante goth dark.

Daniela Masella

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