Tricky @ Villa Ada [Roma, 24/Luglio/2012]

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Avevo lasciato Tricky al massimo del maturo splendore subitoprima/subitodopo l’uscita di ‘Blowback’: dalla scalinata estiva di Valle Giulia (un meraviglioso giorno di fine giugno) all’opprimente Palacisalfa (una tiepida serata pre-natalizia). Undici anni dopo il filo rosso che lega quelle esibizioni a questo ennesimo ritorno italiano/romano è purtroppo solo ‘Ace Of Spades’ dei Motorhead. Tutto qui. Tricky Kid, il bad boy di Knowle West, il ragazzo col fisico da peso gallo, il cobra sotto effetto anfetamina, l’artista Adrian Thaws è probabilmente rimasto chiuso tra le pieghe di celluloide di “Clean”, lo splendido affresco dell’anima tormentata di Olivier Assayas. Non sono bastati il poco più che decente ‘Vulnerable’, il dispensabile ‘Knowle West Boy’ e l’inascoltabile ‘Mixed Race’ a far risalire la china e l’ispirazione del 44enne britannico, una parabola discendente marcata ed evidenziata ancor più inesorabilmente da quest’ultima esibizione capitolina concretizzatasi al fianco del prestante laghetto sito nel parco di Villa Ada. Dopo essersi recentemente riunito con Martina Topley-Bird laddove (forse) la riproposizione per intiero di ‘Maxinquaye’ aveva ed avrà sempre un senso, Tricky si presenta con la sua vocalist Francesca Belmont ed una formazione ringiovanita rispetto al periodo preso in considerazione in apertura di articolo. Con qualche minuto di ritardo arriva sul palco poco prima delle 23.

L’intro lo trova come sempre di spalle al pubblico, con quelle classiche movenze che hanno però perduto l’agilità e lo scatto nervoso, senza più il broncio collerico che lo animava nella sua trance nevrastenica ed irrequieta, immerso nel fumo di sigarette aspirate quasi una dietro l’altra (ma appunto l’immagine di ‘Blowback’ è ormai svanita e sbiadita), defilato a lasciare sempre più spazio al suo alter ego femminile (non solo vocalmente) che perde di schianto il confronto con chi l’ha preceduta. Ombelico al vento, grossi fianchi stretti in jeans attillatissimi, coda di cavallo antica e fastidiosa, scarsa flessuosità nella danza sciamanica (che la musica imporrebbe) ed una voce che si perde nella discreta normalità. A tutto questo aggiungete che Tricky appare stanco, non svogliato, ma provato, che l’immensa classe che lo aveva contraddistinto in passato sembra essersi dimenticata la strada di casa, che la band odierna non ha un minimo di appeal, che i pezzi così supportati appaiono tremendamente grezzi, sfilacciati, con emozione prossima allo zero. Ma il punto più basso viene toccato quando per quattro-cinque volte (dunque quattro-cinque brani) Tricky chiama sul palco il pubblico. Vengono così fatte salire persone di varia umanità che ballano, abbracciano, ringraziano, fotografano (!) il loro beniamino, facendo diventare il concerto una grossolana festa di paese buttata in confusione. Ecco allora che la già citata ‘Ace Of Spades’ diviene una bestemmia a cielo aperto e a salvarsi sono solo ‘Council Estate’ e ‘Vent’ che per un attimo ci riportano al nichilismo oscuro di fine anni ’90. Ma è troppo poco. Senza ritorno. Storia finita. Grazie.

Emanuele Tamagnini