Tribes @ Parco San Sebastiano [Roma, 19/Giugno/2012]

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Nell’incantevole cornice del parco di San Sebastiano, dove ogni estate viene ospitata la kermesse Roma Vintage, assistiamo all’esordio italiano da headliner dei Tribes, band al primo album ed accompagnata da un buon hype, che già lo scorso novembre lasciò la natia Camden Town (non c’è intervista in cui non antepongano la loro appartenenza rionale a quella cittadina) per suonare in apertura ai Kaiser Chiefs nel corso di una intensa serata ai Magazzini Generali di Milano. Per goderceli abbiamo dovuto attendere, con alterno interesse, che si succedessero sul palco ben 4 band (Soviet Soviet, Spiritual Front, Confield e Der Noir) nel corso di una sorta di mini-festival davvero inusuale per un martedì sera e davanti ad un pubblico che non si può certo definire quello delle grandi occasioni (un centinaio di spettatori, compresi bartender, security, addetti alla biglietteria e tecnici del suono). Una line-up elefantiaca quindi, ma che produce una formichina in termini di presenze.

I Tribes sono una bomba. Potrei anche fermarmi qui con la recensione, ma l’attento lettore di Nerds Attack! mi odierebbe ed ancor prima il redattore mi manderebbe indietro l’articolo, probabilmente con una meritata dose di insulti. Allora andiamo ad argomentare, iniziando subito col dire che la setlist si compone di 10 brani e che il pubblico non ha tempo di annoiarsi tra chitarre distorte, batteria spesso al centro dell’attenzione e la voce melodica del cantante che quando triste, quando arrabbiata, quando sognante, trasmette al pubblico le emozioni di cui racconta nei testi, spesso molto originali. Pecca invece di originalità il sound, un brit pop che si intreccia ad atmosfere dreamy negli episodi più riflessivi, ma che in ogni caso risulta molto apprezzato da chi vi scrive. A volte un sano revival sa essere più piacevole di un suono ricercato ed originale a tutti i costi, specie quando (come spesso accade) il prezzo da pagare è quello di abbassare la qualità e, di conseguenza, l’attenzione del pubblico presente. La prima cosa che salta all’occhio nei Tribes è il look e l’atteggiamento scazzato da rockstar di inizio anni ’90, forse troppo artefatto e forzato per una band che da poco calca i palcoscenici, ma a ben vedere è solo immagine e la musica si ascolta, non si guarda. La prima cosa che salta all’orecchio, quindi, è la perfetta riproduzione live del materiale registrato in studio, ma anche che Johnny Lloyd, il cantante, è un po’ giù di corde…vocali. Infatti sin dai primi brani si nota che tende a risparmiare la voce, affrancandosi da quelle performance spesso tendenti al punk alle quali aveva abituato i fans nel corso dei live più apprezzati, facendosi inoltre spesso aiutare dalla seconda voce (che in alcune occasioni diventa la prima ed unica), il timido Dan White. Ma non è il loro primo live a cui assistiamo e possiamo garantire che la dimensione da palcoscenico dei londinesi non è certo di infimo valore.

Si parte scon la carica rock di ‘Whenever’, una delle loro punte di diamante, per far capire fin da subito ai novizi di che pasta sono fatti ed ai dieci superfans abbracciati alla transenna che finalmente il momento per loro tanto atteso è arrivato. Si prosegue in scioltezza con l’incalzante b-side ‘Girlfriend’ e la hit ‘Sappho’, dove si iniziano a notare i primi tentennamenti vocali del frontman. Badate bene, non si tratta di stonature, ma di condizioni di salute non proprio perfette che lo porteranno ad evitare di alzare i toni durante il corso del set. Con ‘Corner of an English field’ il praticello alla sinistra del palco sembra d’improvviso Hyde Park, mentre la successiva b-side ‘Face to face’ spegne gli ardori ma fa da buon intermezzo prima di partire con l’eterea ‘Himalaya’ che, a torto o a ragione, ci ricorda nelle atmosfere e nell’intensa esecuzione un live degli Yuck, al quale abbiamo assistito proprio un anno fa nella stessa location. Il frontman è solito interagire col pubblico tra un pezzo e l’altro, annunciando quasi tutti i brani con la formula “this song’s called …” ed aggiungendo poco altro, forse cosciente del fatto che ogni parola in più lo porterà a fare un acuto in meno, per via delle precarie condizioni della sua voce, già approfonditamente documentate. ‘Nightdriving’, ‘Walking in the street’ e ‘Halfway home’ ci accompagnano alla loro canzone più celebre, ‘We were children’, forte di un’intro che altro non è che un omaggio a ‘Where is my mind’ dei Pixies, band alla quale i Tribes hanno fatto da supporto in tour per alcuni mesi. Nessun encore, ma tanta curiosità riguardo al futuro di questi 4 ragazzi che sembrano avere tutte le carte in regola per puntare ad un futuro ricco di successi.

Andrea Lucarini

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