Trentemøller @ Atlantico Live [Roma, 25/Febbraio/2014]

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Nei miei recenti e inusuali scorrazzamenti in ambito elettronico, non avevo ancora mai trovato qualcuno che mettesse in campo un tale gusto per la melodia e una capacità di giocare elegantemente con gli arrangiamenti come fa questo danese di Vordingborg. Anders Trentemøller ha il raro dono di saper carpire quanto di buono espresso dalla musica diciamo dagli anni ’70 fino ai giorni nostri, e senza passare per derivativo o, peggio, plagiario. Miles Davis era noto perché capace di afferrare e riutilizzare a suo piacimento frasi e brani ascoltati per caso in qualche club. Lungi dal voler fare paragoni ingombranti e improponibili, qui però succede una cosa in qualche modo simile. Gli arrangiamenti del producer danese nascondono sempre qualche sorpresa, qualche lato richiamo, pur sempre rielaborato in maniera personale. D’altronde, parliamo sempre e comunque di un figlio della club culture, cultore del beat in 4/4 e delle ritmiche assassine, del o ti muovi o ti muovi. E stasera ne ha data ampia dimostrazione. Tramite un “camino de Santiago” di diversi chilometri attraverso la capitale, arrivo preciso come uno scandinavo alle 21 all’Atlantico nel cuore dell’Eur, quartiere che mi fa riaffiorare esperienze professionali in agrodolce. La profezia Maya di un mio amico, convinto che saremmo stati in quattro gatti, viene prontamente smentita: una nutrita seppur scorrevole fila ci attende prima dell’ingresso nel locale. Per la prima volta all’Atlantico, mi ricorda una via di mezzo tra il Tendastrisce e il Villaggio Globale dei bei tempi andati, con quella mistura di erba e sudore condensato che ti hanno fatto crescere anticorpi grossi come pallettoni da cinghiale in gioventù. A ingannare l’attesa, arriva T.O.M and his Computer, colpevolmente dimenticato in tutte le pagine di presentazione dell’evento e la cui identità mi è stata rivelata dal sempre pronto Livio e da altri benefattori della pagina evento sul famigerato social network. Un apripista gradevole, su corde molto più atmosferiche e ambientali rispetto all’headliner ma che, nella mezz’ora concessagli, ha man mano elevato i ritmi e scosso la monotonia dell’attesa. Danese anche lui, di Copenaghen, ha da poco debuttato come compositore, dopo aver passato anni da mattatore in svariate dancehall e come metà del duo di musica elettronica Lulu Rouge. E ora, largo alla corazzata Trentemøller.

A posteriori, il pezzo di lancio del live non è stato poi così azzeccato. Lo dico alla luce del tenore che ha preso l’esibizione dopo i primi tre, quattro brani. ‘Still On Fire’ è probabilmente la traccia killer dell’ultimo, splendido ‘Lost’, ed è stata piazzata lì, all’inizio, a fare da ariete di sfondamento per un pubblico che, in realtà, era ancora piuttosto freddino e impreparato all’assalto. Tant’è vero che, di coinvolgimento, se n’è visto poco, almeno nella prima manciata di minuti. L’incalzare tanto minaccioso quanto trascinante del brano non ha sollevato le piastrelle del pavimento, come forse si sperava. Ma è solo questione di tempo. Poco a poco, la gente si accalca, il sangue torna a circolare e qualche aggiustamento qui e lì della resa audio da parte dei tecnici contribuisce a creare un inesorabile crescendo. Il producer danese si presenta sul palco con tutta la squadra: batteria, basso, due (a volte tre!) chitarre, con la bassista-cantante che si incarica di tutte le parti vocali, sia femminili sia maschili e, ovviamente, lui a smanettare dietro alla sua piattaforma e ai suoi macchinari, indulgendo in improvvisati stop &go e derapate soniche. La scaletta passa in rassegna per due buoni terzi i pezzi del disco dello scorso anno, ma non mancano piacevoli ripescaggi dal passato. In ‘Candy Tongue’ è impossibile non percepire uno schietto omaggio ai Portishead (fonte di ispirazione imprescindibile) più variegati, tanto quelli degli anni ’90 così come dell’ultimo ‘Third’. La cantante se la cava piuttosto bene nei panni che in studio sono di Marie Fisker, mentre il palco è costantemente avvolto in una fitta nebbia, un po’ artificiale un po’ provocata dagli animi accaldati sopra e sotto il palco, con l’entusiasmo che va aumentando esponenzialmente.

Due (togliendo le encore) sono i momenti da incorniciare in questo live, per chi scrive.
1) ‘Vamp’ è forse il pezzo più riuscito di Trentemøller: a dispetto della disarmante semplicità e linearità rispetto ad altre opere del danese, possiede un tiro, un magnetismo, un appeal che nessun altro suo pezzo può vantare. Con quel basso metallico e carnoso, a momenti hardcore, e i glitch e gli “spernacchiamenti” che accompagnano tutto il brano, non necessita di altri commenti, se non: micidiale.
2) ‘Trails’ qui fa rima con intensità. Un pezzo matrioska, che ne nasconde in realtà tre dentro lo stesso corpo, e che passa dal mantra semiacustico, quasi à la Tool, dell’incipit, a un andamento sincopato che tradisce un altro riferimento che non può sfuggire: quei maestri dell’ondeggiare ritmico morboso, torbido e malsano dei Massive Attack. Un brano camaleontico, multiforme, potenzialmente infinito.

Prima di avvicinarsi alla chiusura, si passa senza cali di tensione per le architetture barocche di ‘Constantinople’ e per gli ammicchi elettronici e radio-friendly di ‘Never Stop Running’, fino a rimanere investiti dal fascio di luce shoegaze di ‘River Of Life’. Le encore? Certamente: “solo” due, ma l’avverbio non rende l’idea. Come farsi mancare ‘Gravity’, uno dei singoli più ispirati del 2013, accompagnato tra l’altro da un bel video, e reso efficacemente dal vivo, con la vocalist particolarmente impegnata nel riprodurre i gorgheggi di Jana Hunter, ma che se la cava bene. E poi… l’esplosione finale con ‘Silver Surfer Ghost Rider Go’: semplicemente devastante, null’altro da dire. L’acquisto di una copia di ‘Lost’ all’uscita è un atto dovuto. A un’artista che, come ben pochi nel suo ambito, è riuscito ad affrancarsi dall’etichetta di genere “elettronico” e a realizzare un trittico di album solidi, riusciti, che non significano elettronica, techno, minimal, ma semplicemente ottima musica.

Eugenio Zazzara

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