TOY @ Monk [Roma, 24/Febbraio/2017]

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I TOY sono una band maiuscola, nel vero senso della parola. Gli artisti londinesi ci tengono, infatti, che il loro nome di battaglia venga riportato in lettere capitali, una vera e propria dichiarazione d’intenti. La loro presenza nel calendario concerti romano di questo primo trimestre del nuovo anno ha avuto come primo effetto quello di rinfrancarci. In un periodo in cui la Capitale sembra perdere terreno ulteriore rispetto alle solite Milano e Bologna (e dintorni) come meta per live di qualche rilevanza, ma anche rispetto a realtà emergenti e cittadine meno titolate, potersi godere uno stimato collettivo che a ogni nuovo disco viene a fare una capatina in città non dispiace, anche se non in esclusiva ma in mezzo tra le date di Ravenna, Firenze e Milano. In questa ennesima esibizione capitolina, stavolta a supporto del recente ‘Clear Shot’, terzo capitolo sulla lunga distanza, i tutto meno che scarsocriniti britannici vengono inseriti all’interno del programma nella nuova tappa del Rome Psych Fest, interessante rassegna ideata nel locale di Via Giuseppe Mirri. La marcia di avvicinamento del Giocattolo al palco del Monk viene addolcita dalla presenza delle sonorità puramente shoegaze dei Neon Forest, quintetto romano che in tempi di sovraesposizione telematica lascia poche tracce di sè sul web, ma ci regala una godibilissima mezz’ora. Non siamo di fronte al tipo di complesso che cerca di rivangare i bei tempi andati di un genere che si lega indissolubilmente a un periodo storico che spazia tra i venti e i trent’anni fa, ma a qualcosa che sembra uscito proprio da quell’epoca. Chi ci segue sa che spesso siamo stati tranchant, d’altronde la critica è fatta anche di questo, quando si è trattato di recensire opening act, ma stavolta possiamo ammettere senza esitazioni che ci sarebbe piaciuto goderci per qualche pezzo in più questa misteriosa band, col frontman poco loquace, ma visto il genere musicale proposto non ci aspettavamo certo lunghi sermoni, e posto sul lato sinistro del palco.

Ci vorranno molti giri di orologio prima che gli headliner di serata prendano il loro posto. La tipologia di live ha bisogno di una certa preparazione e i roadie passano una notevole quantità di tempo a testare tutte le frecce all’arco dei cinque membri che si apprestano a salire sul palco. Finalmente li vedremo quando il nostro smartphone, in luogo di un più letterario cronografo, ci segnala che sono da poco passate le 23.30. Il look dei TOY è inguardabile e disorganico: i membri sembrano usciti da ere e ambienti di riferimento molto diversi. Capigliature rivedibili e modi di vestire buffi non permettono comunque a nessuno di evitare di prenderli sul serio. I ragazzi vanno forte, suonano senza sosta, senza parlare, senza fronzoli, e lo fanno bene. Da un disco all’altro i progressi non sono sembrati evidenti, ma è live che la loro dimensione trova il suo apice. Le idee alla base della loro proposta musicale sono simili a molte altre tra quelle che sono in giro in questo periodo, ma a variare è la resa. Sono più credibili, bravi e meno noiosi rispetto ai loro più stretti colleghi, nonostante gli ingredienti siano gli stessi (post-punk, shoegaze, spolverata di kraut e un pizzico di psichedelia) di band che ci hanno annoiato per il loro piattume. Lasciano parlare la musica e non ci sono virgolettati da riportare o scene memorabili per la platea. Ci si diverte perchè la prevedibilità è ridotta all’osso e i cambi di ritmo sono inaspettati quanto efficaci. L’intenso uso dei feedback ci fa sembrare di perdere sempre più l’udito, brano dopo brano, e forse è propio così, mentre le luci molto basse (menzione d’onore per il Monk che in quest’ambito negli ultimi tempi sta lavorando bene per far crescere la resa visiva oltre che quella prettamente uditiva degli spettacoli) costringono a sforzare la vista per mettere a fuoco i musicisti, che con un po’ di impegno riusciamo a notare concentrati, seri e metodici. La scaletta avrà al suo interno tredici brani, per la maggior parte estratti dal disco più recente, più la conclusiva ‘Join The Dots’, inaspettato encore. Porteranno a casa il risultato che volevano, ed anche se non ci vedranno nè ascolteranno, si sarebbero sicuramente divertiti ad ascoltare tutti quei discorsi riguardo al proprio udito che molti spettatori fanno con gli amici, una volta usciti dalla sala concerti, un po’ per sentirsi meno soli nel dolore, un po’ per cercare di capire se i timpani sono effettivamente salvi o necessitano di un controllo. Uno di quei sintomi che fa capire che la serata è decisamente andata per il verso giusto.

Andrea Lucarini

Foto dell’autore

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