Toy @ Circolo degli Artisti [Roma, 3/Dicembre/2012]

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Inconsueti. I Toy sprigionati da una Londra sempre più iperattiva nello spasmodico tentativo di riportare in auge un’età dell’oro che sembra ancora lontana anni luce. Hype e passaparola. Le armi solite per sospingere alla ribalta questi cinque strambi ragazzi che han deciso di ritrovarsi al calduccio delle ospitali atmosfere shoegaze per rilanciare una carriera che per una parte di loro (3 su 5) era naufragata tre anni fa con il mai del tutto decollato progetto Joe Lean & The Jing Jang Jong (del resto con un nome così…). Con l’aggiunta del cantante Tom Dougall (fratello di una delle Pipettes…) e della tastierista spagnola Alejandra Diaz, il lucido ragionamento li conduce alla strada dell’essenzialità. Tre lettere, semplici, abusate, ma pur sempre dirette: Toy. Il freddo dicembrino non riesce a convincerci che l’abbigliamento dovrà essere d’ora in poi cappottato e maglionato, non bastano così i funghi caloriferi dalle sembianze luciferine per scaldare quel poco di corporeo che è rimasto al di sopra dello zero, sarà meglio entrare in sala e attendere (poco). Esteticamente i londinesi sono quasi impresentabili, un taglio di capelli garage, un altro semi-emo, un altro stile thrash metal ci riporta alla mente un giovane Dave Mustaine. Ma sono dettagli di colore che però da subito fanno il paio con i primi due pezzi davvero orribili, colpa della voce quasi gutturale, colpa di volumi sbilanciati, colpa di qualcosa.

Provvidenziale l’arrivo del singolo ‘Lose My Way’ che ha la funzione di break e spartiacque per un concerto che da questo momento sarà in sorprendente ascesa. I Toy rileggono con disinvolta bravura un’epoca intera del suono gaze, fondendolo con l’attitudine più deviata di casa The Horrors (del resto sono grandi amici, tanto che Maxim Barron si correla proprio ai Cat’s Eyes di Faris Badwan), risultando così robusti e minacciosi, ammantati di reiterazioni coinvolgenti, lungo quasi un’ora in cui si distinguono MBV, J&MC, Swervedriver, Ride, melodia e attualità di genere. Poche parole e pure incomprensibili, ombre in controluce, movenze ondeggianti a rimirar le “scarpe”, squarci di psichedelia liquida, ossessioni. Dimenticate il discodidebutto (uscito a settembre via Heavenly e prodotto dal bravissimo Daniel Carey, già apprezzato per Bat For Lashes, Hot Chip e un milione di altri ancora), piacevole ma furbamente neutrale, i Toy sono un’ottima formazione dimensionata per il live, sicuramente migliore come resa e potenza sonora rispetto ai vari Crocodiles, Crystal Stilts, Yuck… che sbandierando il vessillo “shoegaze” hanno costruito un seguito (più o meno importante) gettando molto spesso fumo negli occhi agli avventori. Non c’è kraut, non c’è noise, non c’è pop, diffidate dalle etichette frettolose che troverete in giro appiccicate a questi cinque giovanigenerosi musicisti, qui c’è più semplicemente un grande amore per il feedback, per un background generazionale ben preciso, fosse anche studiato ma sicuramente conturbante e ben suonato. Bravi senza riserve.

Emanuele Tamagnini