Toy @ AirportOne [Roma, 17/Luglio/2014]

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A poco più di tre mesi di distanza dal concerto al Circolo degli Artisti, tornano a Roma i TOY, una delle più promettenti e capaci realtà che Albione ci ha regalato in questi ultimi anni grazie alla loro efficace sintesi di post-punk, psichedelia kraut, shoegaze e pop contenuta nell’esordio omonimo e nel secondo ‘Join The Dots’. Ad accoglierli stavolta è AirportOne, la nuova venue estiva realizzata al Parco dell’Aeroporto di Centocelle, nel quadrante est della Capitale. In apertura, tre band romane per molti versi affini a quanto proposto dagli headliner inglesi: Weird., Paisley Reich, Last Movement (in ordine di esibizione). Molto promettenti e capaci i primi, con ampi margini di evoluzione e una cospicua manciata di brani che si rifà allo shoegaze più oscuro; abili nella composizione e maggiormente legati alla scuola degli Stone Roses i secondi, anche se in alcuni momenti il riferimento rasenta quasi la scopiazzatura (le linee di basso di un paio di canzoni ricalcano quasi fedelmente ‘I Wanna Be Adored’); più navigati e sicuri nell’esecuzione i terzi, con una proposta che unisce alla psichedelia shoegaze forti influenze dark/cold-wave, soprattutto per quanto concerne l’affiatata sezione ritmica. Un antipasto gustoso e in linea con la portata principale della serata, minato però dal ritardo sulla tabella di marcia – probabilmente dovuto alla pioggia pomeridiana – che ha giocoforza costretto Paisley Reich e Last Movement a ridurre il tempo a propria disposizione. Gli stessi headliner devono tagliare la scaletta di due brani per rispettare i limiti di orario stabiliti per i concerti all’aperto dell’estate romana, ma d’altronde il loro arrivo sul palco a mezzanotte non lasciava presagire altre soluzioni. Tutti abbigliati di nero, i cinque di Brighton cominciano il concerto con la strumentale ‘Conductor’, brano d’apertura di ‘Join The Dots’, prima che ‘Colours Running Out’, traccia iniziale dell’esordio, mostri al pubblico romano le doti vocali del cantante/chitarrista Tom Dougall. La scaletta predilige le canzoni del disco più recente della band, all’interno del quale la componente pop della proposta è emersa in maniera più preponderante a parziale discapito delle lunghe fughe motorik tipiche del debutto. Dal vivo, in compenso, il muro di suono diventa ancora più imponente e in particolare la chitarra solista di Dominic O’Dair e il basso di Maxim Barron spettinano i presenti con bordate potenti e ossessive. Leggermente sacrificate a livello di volumi, invece, le tastiere della spagnola Alejandra Diez, mentre alla batteria Charlie Salvidge – sembra uscito direttamente da una band della NWOBHM – viaggia come un treno. Viene recuperata ‘Kopter’, la lunga traccia conclusiva di ‘TOY’ e probabilmente la summa migliore di quanto finora prodotto dagli inglesi. ‘Left Myself Behind’, il singolo che lanciò la band ma non contenuto in nessuno dei due album, continua ad essere un must imprescindibile dei loro live, così come ‘Motoring’, insieme alla sacrificata ‘My Heart Skips A Beat’, resta l’esempio più evidente della innegabile carica melodica del gruppo. Con le lunghe ‘Fall Out Of Love’ e ‘Join The Dots’ i TOY salutano il pubblico romano: un turbinio sonico deflagrante. Nonostante una setlist accorciata per cause di forza maggiore, rispetto al tour dell’esordio gli albionici sono apparsi più quadrati, sicuri e compatti dal vivo. C’è ancora qualcosa da affinare, ma continuando così i TOY potranno confermarsi una band di alto livello, mettendo a tacere chi ancora li critica come pedissequi epigoni degli amici The Horrors.

Livio Ghilardi

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