Tortoise @ Monk [Roma, 20/Febbraio/2016]

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Più che gradito ritorno nella capitale per il collettivo chicagoano questa sera al Monk. I Tortoise in formazione d’ordinanza portano in tour il nuovo ‘The Catastrophist’, a ben sette anni o quasi di distanza dal precedente ‘Beacons Of Ancestorship’. In questo periodo, febbrile si era fatta l’attesa per un loro ritorno sulla scena, e il tutto esaurito di stasera sta lì a dimostrarlo. Una fiducia costruita a suon di coerenza e costanza indiscutibili nell’evoluzione del loro suono. Certo, all’inizio degli anni ’00 è stato impossibile chiudere un occhio davanti a qualche prova un po’ opaca, ma gli ultimi due album ci restituiscono una band che veleggia in acque tranquille e controllate e che si consacra con disinvoltura a un’aurea mediocritas: niente sussulti memorabili e niente cadute di stile, sempre sorretti da immutata classe. E con ancora la voglia, vivaddio, di girare il mondo e non farci dimenticare chi sono e cosa sono stati. Al principio l’interazione col pubblico è da sagome cartonate di Zdenek Zeman, ma la sicurezza nel rapporto con gli strumenti è quella dei veterani. Si inizia con la titletrack dell’ultimo disco. C’è ancora qualcosina da sistemare nell’acustica, si sente un po’ di scollamento tra gli strumenti, ma questione di tempo e tutti i tasselli finiscono al loro posto. Anche quello del fastidioso vociare di alcuni nel pubblico che, dopo che la band ha ingranato la marcia giusta, viene soppiantato da un ammirato silenzio e da improvvisi boati di acclamazione. Potenza del mestiere e di tanta classe. Sette anni non sono pochi, ma l’unico che sembra abbia voluto marcarli di più è Doug McCombs, il bassista, che si è fatto crescere un bel barbone candido e sembra una via di mezzo tra Dave Catching e Michael Stipe. Ma i lustri si dimenticano quando ascolti uno-due come ‘High Class Slim Came Floatin’ In’, una sorta di samba cubista con quel basso che ancora risuona nell’etere come un’onda gravitazionale, e ‘Prepare Your Coffin’, dove Santana incontra i Neu! e Jeff Parker si rifa’ egregiamente dell’occasione mancata anni addietro (come raccontavo qui) nel brano in cui sale più in cattedra. E un po’ più tardi la samba arriva davvero con ‘Northern Something’, sempre dal disco precedente. Come il vino, i brani tratti da ‘Beacons’ si giovano del tempo passato e sembrano rinvigoriti, mentre i pezzi più recenti avrebbero forse bisogno di un’ulteriore messa a punto prima di poter competere col passato. Che torna, nostalgico e prepotente, con ‘I Set My Face To The Hillside’, un western alla Calexico che si conclude con l’immancabile abbraccio di vibrafoni, classico marchio di fabbrica della band. Mentre in mezzo alla folla si ansima come se fosse giugno, sul palco ci si passa gli strumenti come se fossero figurine Panini e si avvicendano pezzi di storia più o meno recenti, come ‘Minors’ o ‘Shake Hands With Danger’, che anche dal vivo si conferma come il brano più riuscito dell’ultimo lavoro. Una ‘Yonder Blue’ orfana della voce della special guest Georgia Hubley passa un po’ anonima, ma i Tortoise c’hanno preso gusto e assicurano non uno bensì due bis. Al primo rientro, McCombs afferra il microfono al grido di “I got another beer!”, come a dire: ok, ci siamo, possiamo andare avanti. In tutta onestà ignoro i titoli degli ultimi brani suonati, ma posso assicurarvi che la forza scorre potente in questi ultimi scampoli di live, tanto che non dubito del fatto che gli stessi membri della band ricorderanno a lungo questo concerto. Si percepisce nell’atmosfera elettrica, palpabile e concreta; nelle espressioni di trasporto di McEntire, Bitney e di tutti gli altri; negli sguardi di sincera ammirazione che intercetti intorno a te. La band dell’Illinois nella sua veste più riuscita, stasera più stereolabbica del solito, per citare le forme morbide del suono di una band affine. Rimestano, rimescolano e decompongono, per poi rimodellare le onde in una formula inedita che scuote e coinvolge. Per citare un loro brano, ‘It’s All Around You’. Di un altro pianeta.

Eugenio Zazzara

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