Tortoise @ Magazzini Generali [Milano, 28/Novembre/2009]

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Quando entro ai Magazzini Generali l’umore non è dei migliori, una giornata stressante a lavoro e, soprattutto, la preoccupazione per un’acustica che dalle mie esperienze precedenti è sempre stata parecchio deludente. Fatto che moncherebbe irrimediabilmente il concerto dei Tortoise. Mi piazzo contro una colonna all’altezza del mixer, origlio la conversazione di un’asiatica con una voce identica a Paperino, mi tengo a distanza di sicurezza dal bar e osservo le facce dei presenti, tutti un po’ tristi e probabilmente altrettanto preoccupati per la resa dell’impianto dei Magazzini. Non sono nemmeno le 21 ed i cinque di Chicago si presentano sul palco. Ammetto di non conoscerli benissimo e son qui più per curiosità che altro.  L’unica cosa per me ovvia è che siano stati inseriti nel calderone post rock (forse per il fatto di non cantare?) con una certa leggerezza, etichetta assolutamente limitante per questi straordinari musicisti. Non conoscendo benissimo i pezzi, vivo l’ottantina di minuti di concerto come un’unica suite in cui si sente di tutto: kraut-rock, math-rock, jazz, blues (soprattutto grazie alla chitarra di Jeff Parker) e chi più ne ha più ne metta. E – incredibile ma vero! – l’acustica è degnissima e molto nitida. Tanto che mi chiedo quanto tempo abbiano passato a fare il soundcheck.  Ogni strumento, e sono tantissimi, si sente distintamente e aggiunge quel particolare che rende la performance monumentale, precisa a livelli oserei dire maniacali. I membri del gruppo poi si scambiano i ruoli con una facilità disarmante e più che una band sembrano un’orchestra guidata da  un direttore invisibile. Mai un’incertezza, tutto facile come andare in bicicletta per loro. Pefetti e con delle doti tecniche fuori dal comune, tutto dedito a delle composizioni complesse e ricche di particolari senza cadere nel facile virtuosismo autocelebrativo. Sul pavimento dei Magazzini di mascelle se ne conteranno tante ed anche il sottoscritto, uno che alle elementari non riusciva a suonare  nemmeno il flauto, non può non notare tanta perizia e perfezione. Di musicisti così se ne vedono raramente e la loro performance, comunque non di presa facile, sembra finire in un attimo. Sono le 22:30, lascio spazio al popolo della notte, bramo una birra manco fossi nel deserto e mi becco l’ennesimo paragone con Jarvis Cocker, che ormai ha distanziato facilmente Edward mani di forbice e Vittorio Sgarbi.

Chris Bamert