Tortoise @ Circolo degli Artisti [Roma, 25/Novembre/2009]

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Uno dei concerti più attesi. Almeno per quanto riguarda il sottoscritto. Da quando, anni fa, folgorato sulla via di ‘Millions Now Living Will Never Die’, mi dissi che questa era una band da vedere. Kraut-rock, ambient, minimalismo, elettronica, progressive: il loro è un calderone in cui confluiscono correnti e tendenze dei più svariati, e che solo per comodità è stato inserito sotto l’etichetta post rock. Il tutto buttato in frullatore e restituito sotto forme inaspettate e mutevoli. All’insegna dell’eclettismo e di una classe cristallina. Musica cerebrale e tecnica, certo, ma anche avvolgente e pulsante: un quintetto di profondi conoscitori di musica e di veri Musicisti.

Arrivo al Circolo in tempo utile per accaparrarmi un buon posto in seconda fila. Sul palco, due batterie in primo piano, l’una davanti all’altra; un vibrafono da una parte e un harpsichord dall’altra; un paio di sintetizzatori; sullo sfondo, bassi, chitarre, amplificatori e cavi ovunque: un dizionario illustrato della loro musica. I nostri si fanno attendere parecchio: l’ingresso sul palco avviene alle 21.45 circa, in modo decisamente poco celebrativo e appariscente. Senza fare un fiato, il quintetto di Chicago si predispone e attacca con l’incipit dell’ultimo ‘Beacons Of Ancestorship’, ‘High Class Slim Came Floatin’ In’. Una nota ossessiva squarcia il silenzio, la batteria inizia poco a poco a riempirlo e il groove di un basso corposissimo introduce il riff principale del brano, doppiato dal synth. A parte un’improvvisa défaillance del basso, che per alcuni secondi si ammutolisce, l’inizio è di quelli promettenti. I cinque sembrano tutti concentratissimi, ognuno a suo modo: Dan Bitney e Doug McCombs scandiscono il ritmo con la testa; Jeff Parker sembra cantare le note prima di suonarle; John Herndon comincia fin dall’inizio a sudare in modo preoccupante; John McEntire ha un’espressione serissima, quasi minacciosa. A dare una cifra della loro tecnica non è tanto il fatto che si scambino più volte gli strumenti (quasi tutti arrivano a suonare ogni strumento presente sul palco). Quello sarebbe il minimo, detto tra virgolette. Ciò che stupisce è l’uso che ne fanno: i duetti di batteria sono uno spettacolo nello spettacolo; in un brano, McCombs riesce quasi a non far sentire il basso pur continuando a suonarlo, giocando sul volume e sul tocco in maniera splendida; quelli che si alternano ai vibrafoni entrano in collisione con la batteria, creando poliritmie su poliritmie. E il risultato non è tedioso né autocelebrativo, ma assolutamente fluido e coerente. La preponderanza dei bassi e del ritmo è assoluta, tanto che gli strumenti melodici, quando non sono impegnati nelle coloriture, spesso si trasformano in ritmici. Da musicista, un concerto del genere è una vera tortura.

Il repertorio proposto pesca soprattutto dall’ultimo album, dal quale vengono proposte ‘Gigantes’, la ruvida ‘Yinxianghechengqi’ e ‘Charteroak Foundation’, dove Parker deve letteralmente isolare una parte del cervello per andare in controtempo con la batteria. Nutrita è anche la presenza di brani da ‘TNT’, come ‘Swing From The Gutters’, molto più rabbiosa dell’originale, con uno stupendo raddoppio di batteria sul, chiamiamolo così, ritornello; ‘I Set My Face To The Hillside’, che inizia alla Calexico e si fa nipponica sul finale; la morbida e latineggiante ‘The Suspension Bridge at Iguazu Falls’; uno dei vertici del concerto, la meravigliosa ‘In Sarah, Mencken, Christ and Beethoven There Were Women and Men’. L’altro vertice coincide invece con l’esecuzione di ‘Crest’, forse il loro brano più classificabile come post-rock: qui i nostri cullano il pubblico, riuscendo al contempo a mantenere l’andamento sognante del brano pur eseguendolo in maniera secca e decisa.

E poi succede quello che non t’aspetteresti mai. E proprio quando il quintetto propone il suo ultimo brano più in vista, il singolo ‘Prepare Your Coffin’. Purtroppo, la tecnica e la bravura poco possono, se a tradirti sono le macchine. E il povero Parker viene abbandonato dall’amplificatore, proprio in uno dei pezzi in cui la sua presenza è determinante. Il pezzo risulta comunque gradevole, anche se menomato. L’impressione è che i Tortoise siano una macchina perfetta dove, però, se viene a mancare un componente, va in vacca tutto l’apparato: infatti, con l’uscita di scena forzata di Parker, anche gli altri sembrano comprensibilmente spaesati. Tanto che si notano anche leggere imprecisioni. Il pubblico però comprende e incoraggia il chitarrista applaudendo. Piccolo, ininfluente, incidente di percorso. Alla fine del brano, la band sembra risolvere il problema e il concerto prosegue senza sbavature. Poche le citazioni dagli altri dischi. In ‘Seneca’, McEntire e Herndon si rincorrono a colpi di batteria nell’intro, regalando uno dei momenti più graffianti del concerto. E, se non ricordo male, viene eseguita anche ‘Monica’. Insomma, uno di quei concerti che vorresti non finissero mai. Peccato per la durata (un’ora e mezza circa, anche se c’è da dire che i cinque hanno sudato parecchio). Peccato per l’assenza di brani da ‘Millions Now Living…’. Ad ogni modo, serata da cinque stelle.

Eugenio Zazzara