Tori Amos @ Auditorium [Roma, 2/Giugno/2014]

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Cinquanta anni portati splendidamente e vissuti ancora meglio, cosa chiedere ancora a una carriera splendida? “Rock this house, mom!” le ha suggerito la figlia Natashya. Come dire: goditela, rockeggia, spacca. E sua madre, che di nome fa Myra Ellen Amos ma un amico le diede il nomignolo Tori, ha preso alla lettera il consiglio. Così il tour per celebrare il suo quattordicesimo album, ‘Unrepentant Geraldine’, disco buono che aggiunge poco o nulla al mondo magico di Tori, diventa l’occasione per ripresentarsi al suo pubblico in maniera appassionata e leggera, sperimentando setlist diverse e con i suggerimenti dei fan incontrati prima dei concerti sui brani da suonare appuntati sul diario. Senza mai rinunciare alla sua vis combattiva, alla sua forza. E anche a una genuina simpatia che trapela dal sorrisone appena entrata in scena e sembra quasi che saltelli per arrivare a sedersi davanti al piano, fasciata com’è in pantaloni lucidi, scarpe coi tacchi nere e rosse e soprattutto una improbabile vestagliona verde acceso. Sono in buonissima compagnia, i nostri posti sono ottimi, una dozzina di file dal palco e centralissimi, non si poteva chiedere di meglio che accomodarsi e abbandonarsi alla magia, immediata a cominciare da una suadente ‘Parasol’ seguita da una stordente, ammaliante ‘Pancake’, con Tori in mezzo tra piano e synth e la sua voce da mezzo-soprano mai così potente e vibrante, sia nelle vette più sussurrate che nei momenti in cui scava a fondo nelle corde vocali, con quel suo immancabile tocco un po’ roco. Al terzo brano, ‘Icicle’, mentre fari dietro di lei si abbassano lentamente fino ad illuminare la platea e le sue dita danzano sul piano, mi colpisce il crescendo intenso. E al culmine, cantando “I could have/ I should have/ I didn’t, so”, sferra un pugno al piano tale che mi chiedo come abbia fatto a non rompersi la mano.

Dopo i volteggi vocali di ‘Carbon’, ecco la prima di sole due proposte dal nuovo album, ‘Weatherman’: piena ed emozionale, più introspettiva, al tempo stesso anche più rilassata. Subito dopo, con un fondale di piccole luci a richiamare un cielo stellato, una delle vette della serata, con cuore e sentimenti a palpitare per la nostalgica ‘A Sorta Fairytale’. Eseguita anche ‘Ribbons Undone’, il pubblico, fin lì composto e rispettoso, partecipa attivamente a ‘Past The Mission’, battendo le mani a intervalli, sostituendosi alla parte ritmica delle strofe dall’andamento brioso: Tori ride e incoraggia a continuare per i passaggi successivi per poi indossare ancora un mantello di emozioni con il disincantato ritornello. Il momento Lizard Lounge, costante dei suoi live set dedicato alle cover, la vede omaggiare Bette Midler e Carly Simon con ‘The Rose’ e ‘Boys In The Trees’. Nella seconda parte, il divertissement di ‘Mr.Zebra’, con altro cazzotto assestato al suo Bosendorfer, e la delicata invocazione di ‘Ophelia’, suonata in bilico tra piano e hammond, inaugurano una bella sequenza, proseguita con i vocalizzi e i suoni antichi della spinetta di ‘Blood Roses’, una doppietta dal capolavoro ‘Little Earthquakes’ con una ottima ‘Crucify’ e una ‘Precious Things’ invero così così, di cui mi colpisce, e come me tutto il pubblico che non trattiene l’applauso prima della fine, un roco ruggito seguito dall’ennesimo tonfo secco di un pugno, inframezzate dalla più scura e criptica ‘i i e e e’. Per il bis, il pubblico si alza in piedi e corre sotto al palco, confesso che il pezzone ‘Cornflake Girl’, salto effetto nostalgia indietro nei‘90s, sa di effetto karaoke per via della (brutta) base usata, l’unica in tutta la serata. Si tratta solo di una macchietta però, riscattata in pieno dall’invocazione dinamica di ‘Father Lucifer’, pure sottolineata da stavolta più timidi applausi e rifinita dai suoni cristallini e sognanti del synth, dall’omaggio a tutti gli uomini in sala della nuova ‘Invisible Boy’ e, infine, dalle lacrime vere di ‘Tear In Your Hand’. Poi il folletto dai capelli rossi si alza, sorride, stringe mani, manda un bacio e zompetta un po’ goffamente fino al lato del palco. E la sensazione è che con una dolce irruenza abbia anche stasera “rocked the house”.

Piero Apruzzese

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