Tool @ Palaghiaccio [Roma, 21/Giugno/2006]

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I quasi 6000 paganti di mercoledì sera in quel del Palaghiaccio di Marino hanno confutato l’asserzione che la buona musica è di nicchia. Puntualissimi, alle ore 22.00 i Tool partono come un vortice multisensoriale con due brani tratti dalla loro ultima fatica. “Lost Keys” è da subito un rito iniziatico che pervade la ghiandola pineale. Fra le roboanti fiamme proiettate dai maxi-schermi Maynard James Keenan è una silhouette, un’ombra, o per meglio dire un’entità che si staglia dal fondo palco, in penombra, di spalle alla platea, con quella sua vocalità conturbante, a tratti glacialmente dis-turbata e disperata. Si confonde con gli schermi che proiettano immagini criptiche e destabilizzanti. Si prosegue con “Rosetta Stoned” che defluisce in maniera meno dirompente, ma è solo una preparazione al crescendo vertiginoso dei due successivi pezzi tratti da “Aenima”. Infatti, è con “Stinkfist” che l’impatto sonoro è deflagrante e la platea s’infiamma.

Molteplici i piani di lettura questa sera, non si “recita a soggetto”, ma ad infiniti watt di monumentale, ipnotico, superbo rock. Le cavalcate chitarristiche accompagnano il binomio massiccio della sezione ritmica, il basso corposo di Justin Chancellor insegue la batteria potente e prepotente di Danny Carey. Il risultato è inenarrabile, visioni in sincronia con tempi dispari, montaggi che rimbalzano sulle strofe, sull’acida maestria di Maynard e soci. “Forty-Six & 2” è un’alchimia di ritmi mefistofelici, i tom fornicano con le linee di basso e percuotono l’aenima, l’amplesso rituale di una ritmica che ha del tribale. Un’intima “Jambi!”, intessuta fra le linee vocali di Maynard e la chitarra di Adam Jones fa da contraltare, nonché da spartiacque. Solo il tempo di riprenderci dallo shock musicofilattico, di ascoltarli come fosse una liturgia. Le luci seguono le proiezioni, ma sono le visioni toolliane ad obnubilarci di più, in un’epifania assolutamente invasiva. “Schism” procede fra tempi dispari, alternati tra piani e lenti esplodendo con un assolo di batteria velocizzato rispetto alla versione originale, in cui, come se ce ne fosse ancora bisogno, Carey si dimostra tecnicamente ineccepibile. Nell’assenza-presenza scenica di Maynard si risolvono dinamiche interiori tese ad evocare le stagioni dei propri inferi. Sicuramente le frequenze della voce sono a tratti basse e sovente sovrastate dai volumi degli altri strumenti, soprattutto la chitarra è molto alta e la batteria su tutti va a penalizzare un po’ il basso che si impasta tra gli altri strumenti. Tuttavia, la notoria pessima acustica del Palaghiaccio non compromette la magnifica resa della band. Si continua con “Righ In Two”, con una versione introduttiva che riecheggia “Intension”. “Sober” è l’unica concessione estrapolata da “Undertow”. “Lateralus” potenzia la rabbia e la carica suggestiva. “Vicarious” non fa che confermare il perfetto amalgama dei quattro, la peculiarità dei Tool: un’unità strumentale massiccia, perché molteplice. Un concept-live che ha in “Aenima” la degna conclusione della sua parabola esoterica e il suo maggior pregio. Nelle percezioni mistiche evocate dai losangelini il suo acme immaginifico. Quando le luci in dissolvenza in nero si spengono, inopinatamente, per lasciarci con la luce di un magma immanente, posso solo prendere coscienza che la celebrazione cui ho assistito, dopo poco più di un’ora e mezza, si è esaurita taumaturgicamente per tutti i presenti.

Mariagloria Fontana

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