Tony Allen Quartet @ Monk [Roma, 15/Marzo/2016]

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In principio fu ‘Music is my Radar’. Il 2000 era alle sue battute finali e i Blur, riprendendo fiato dopo un primo, dirompente, decennio di carriera, pubblicarono il loro primo ‘Best Of’, trainato dal succitato brano inedito. Sul finale del pezzo c’è un’intera strofa in cui si menziona Tony Allen, e proprio quella è stato il punto di partenza per le successive collaborazioni dell’artista africano con Damon Albarn, nei supergruppi The Good, The Bad & The Queen, Rocketjuice & the Moon, e nella canzone ‘Go Back’, musicata da Allen e cantata da Albarn, per essere poi inserita in ‘Film of Life’, il disco più recente di Allen, datato 2014. Per un grande fan della band britannica come noi, il passo per incuriosirci e approfondire la discografia del drummer nigeriano, è stato molto breve. Pensavamo di aver coronato questa nostra passione, scoperta in modo quanto mai casuale, assistendo al primo concerto romano della lunga carriera del batterista, la scorsa estate sul palco del festival Villa Aperta, ma non c’è limite alla provvidenza, almeno quando si parla dei live. Il settantacinquenne Tony Allen, da anni stabilitosi a Parigi, viene spesso accostato alle parole Leggenda Vivente. È anche per questo che quando la sua presenza è stata annunciata all’interno del decimo episodio della rassegna Jazz Evidence del Monk Club, un locale pressoché nuovo, ci siamo iniziati a chiedere come sarebbe stato questo mix di antico (ma non sorpassato) e moderno. Il concerto è in realtà un tributo al batterista Art Blakey, indicato da Allen come maestro ed esempio, e la band che lo accompagnerà sul palco sarà proprio quella che, a nome Jazz Messengers, soleva suonare con lo statunitense. A rendere tutto più succulento c’è il fatto che si tratta dell’unica data italiana per il motore ritmico degli Africa ’70, colui che a fianco di Fela Kuti, per quindici anni e oltre cinquanta dischi, ha dato vita al genere Afrobeat, creato dalla commistione tra la musica tradizionale yoruba, jazz, funk, cubana e altri stili.

È martedì e il Monk ci accoglie con le sedie ancora lì dove le avevamo lasciate una settimana e un giorno prima, in occasione dello spettacolo audio e visual dei Múm. Ma mentre in quel caso i posti occupati erano solo quelli a sedere, qui i presenti sono ovunque. Seduti sotto palco su dei grandi cuscini, in piedi, ai lati, lungo tutto il perimetro della sala, davanti ai fonici. Per essere un giorno feriale la cornice di pubblico è ottima, ma ben sappiamo che i suoi fan, davanti a un evento simile, si sarebbero presentati anche se fosse stata la notte di Natale, e fossero stati ferventi cattolici. Sono le 22.30 circa quando i tre membri dei Jazz Messengers salgono sul palco, seguiti dal serafico Allen, che prende posto alla batteria, adagiata su un piedistallo che lo eleva rispetto al resto della band, composto da Jowee Omicil a sax e flauto, Jean-Philippe Dary al piano e la quota bianca (e calva) Matthias Allamane al contrabbasso. Notiamo da subito l’educazione del pubblico, in religioso silenzio prima e durante ogni pezzo, ma pronto a sciogliersi in applausi entusiasti quando si toccano vette alte o al termine dei brani. Il ritmo ci pervade e nonostante la totale assenza di parti vocali, a differenza del precedente live romano, il coinvolgimento sarà pressoché totale. Intorno alla metà dello show, un déjà vu: Allen, fisico asciutto, orecchino circolare al lobo sinistro, iconico cappello a falda stretta, prenderà il microfono e partirà con un lungo sermone sui suoi valori, in totale contrasto con l’incipit del discorso in cui diceva “Non sono uno che parla molto”. I presenti, in religioso silenzio, saranno incuriositi e divertiti, ma a noi, che quel discorso, uguale per un buon 90%, lo avevamo ascoltato a giugno scorso, ci sembrerà di assistere a una replica di una pièce teatrale. Meglio la musica, con una seconda parte di live ancora più intensa. Il groove fa ballare sempre più persone, e quelli che restano a sedere diminuiscono minuto dopo minuto, fino al finale, con l’unico brano proposto nell’encore, che vedrà buona parte dei presenti in sala scatenarsi. Quasi ci sommerge, l’entusiasmo dal quale siamo circondati, essendo disabituati a tali reazioni disinvolte, visto che i concerti ai quali avevamo partecipato in tempi recenti, forse più vetrine che luoghi in cui sciogliersi, avevano cornici del tutto dissimili. Anche quando Allen e la sua band lasceranno il palco, senza troppi fronzoli né alcuna parola, i presenti resteranno lì, sorridenti e carichi, a commentare estasiati l’esito della serata, tra le mura del locale intitolato a Thelonious Monk, pianista e compositore conosciuto per il suo enorme contributo al repertorio del jazz. Non poteva esserci luogo più giusto.

Andrea Lucarini

Foto dell’autore