Tommy Bolin, da esempio.

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Una storia romantica e affascinante. La storia di una leggenda che come tale non è riuscita a sottrarsi al suo tragico destino. E’ la storia di Thomas Richard Bolin – Tommy Bolin – uno dei più grandi chitarristi di ogni tempo. Troppo spesso sottovalutato, o non menzionato, in favore dei soliti noti consegnati in pasto all’ignoranza generale imperante nel nostro paese terzomondista. Tommy Bolin sulle pagine di Nerds Attack!. Un artista “classico” nella sua incontrovertibile importanza, un artista preso ad esempio. I valori assoluti appartengono al pubblico dominio. O meglio, dovrebbero appartenere. Ecco perchè Tommy Bolin a più di 35 anni dalla sua prematura scomparsa, è il simbolo dell’enorme (apparente) sottobosco di “fenomeni” che viene sistematicamente lasciato nell’oscurità. Per colpa di una dilagante forma di “non sapere” che ha ormai irreversibilmente marcito il “sistema” informazione. In attesa che qualcuno riesca nel difficile tentativo di far emergere queste meraviglie, che qualcuno riesca a sdoganare queste pietre miliari, che qualcuno si prenda la briga di battere un pugno sul tavolo e dire “BASTA”. In un paese dove si fa fatica a trovare un giovane sulla ventina che sappia chi era un Paul Kossoff, un Mark Farner, un Dick Taylor o addirittura un Phil Lynott. E mentre nel “mondo” si confezionano film, documentari, opere biografiche su scene, etichette, movimenti, personaggi più o meno fondamentali, filoni, generi e chi ne ha più ne metta, noi rimaniamo all’ABC. Al paleozoico. Al palo. Alla mediocrità. Ai soliti quattro-cinque nomi che ci hanno trapanato la testa e lavato il cervello.

Origini scandinave/siriane nato però nella terra dei Nativi Americani. Nell’Iowa a Sioux City quando ancora il rock’n’roll è una parola sconosciuta (siamo nel 1951). Il silenzio sarà ben presto rotto dalla furia delle esibizioni televisive di Elvis. A cinque anni il piccolo Tommy boy viene vestito con un costume alla Presley e mandato ad interpretare ‘Heartbreak Hotel’ al Kids Corner un locale show per esordienti! A 14 anni, dopo un iniziale amore verso la batteria, compra la prima chitarra. Il suo innato, mostruoso, talento prende lentamente il sopravvento. Dopo alcune esperienze in gruppi di teenager della zona, nel 1967 lascia la scuola e si trasferisce a Denver, con il permesso dei genitori sempre pronti a dar supporto al proprio figlio. Nell’inverno dello stesso anno entra negli American Standard, il primo vero banco di prova, quindi a Boulder per far parte degli Zephyr dai quali nasceranno gli Energy.

Nel 1973, a soli 22 anni, è già un prodigio. Spazia con assoluta semplicità e maestria dal jazz al rock, dal blues al funk, fino alla fusion. Arrivano le collaborazioni prestigiose. Suona nel masterpiece ‘Spectrum’ di Billy Cobham, entra nella James Gang (sostituisce Joe Walsh) per gli album ‘Bang’ e ‘Miami’, partecipa a ‘Mind Transplant’ di Alphonse Mouzon (primo batterista dei Weather Report) e al debutto omonimo dei boogie hard rocker Moxy (1975). Tornato in Colorado esordisce solista con ‘Teaser’. Il volto sorridente in copertina è una delle cose più belle lasciateci da Bolin al pari di un disco strepitoso dove è aiutato da alcuni illustri figuri come Jan Hammer, Dave Sanborn, Jeff Porcaro, Prairie Prince, Michael Walden, Phil Collins…. Nel 1975 i Deep Purple sono orfani di Blackmore e chiamano Tommy Bolin per completare la MK4. Il risultato è ‘Come Taste The Band’, un album lungamente odiato dai fan incartapecoriti della band, che invece contiene l’aura magica del tocco chitarristico soave e sognante del nostro eroe.

Ma i problemi con l’eroina non tardano ad arrivare. Significativo l’episodio accaduto prima di uno show in Giappone con i Purple, quando gli rimane semi paralizzato il braccio sinistro. Mette in piedi quindi la Tommy Bolin Band e dà alle stampe il secondo capitolo solista ‘Private Eyes’. Seppur condizionato da un budget limitato (doveva essere inizialmente un doppio) e dall’entrata in un tunnel senza uscita, l’album è straordinariamente toccante. Un semi Dio alle prese con lo strumento ed il suo testamento. La copertina lo vede “ospitato” da una donna orientale tra i caratteri tomi, bo e lin. Nel disco spicca l’incendiaria sofferenza di ‘Post Toastee’ che parla profeticamente di droga e di un amico coinvolto: “So take it nice and easy, Leave the coals in the pit. Don’t let your mind post-toastee, Like a lot of my friends did”. Ma ancor più drammatica appare l’inarrivabile dolcezza di ‘Hello Again’ per chi scrive uno dei pezzi più belli degli anni ’70: “And by the way, hello again. I’m so pleased to have your company. We’ll count the stars under misty sky, and watch them fall into the sea”.

Il 3 dicembre 1976 è protagonista del suo ultimo leggendario concerto (apre per Jeff Beck). Poche ore dopo la fine dell’evento (posa anche per una foto con lo stesso Beck) viene ritrovato senza conoscenza in seguito ad una notte festante condita da birra, champagne, cocaina ed eroina. La sua ragazza gli rimane accanto in una stanza d’albergo per aiutarlo ed eventualmente soccorrerlo. Ma Bolin peggiora. Impaurita per la sua vita, la mattina seguente chiama un’ambulanza. Quando arrivano i medici Tommy Bolin è già morto. Aveva 25 anni. Le cause ufficiali del decesso parlano di “multiple drug intoxication”.

The Ultimate Guitar Player rimane nel cuore di chi, anche solo per un attimo, si è professato amante della musica. Un ragazzo cresciuto in fretta, sensibile, con il cuore più grande della sua straordinaria capacità chitarristica. E la paura di restare solo più grande proprio del suo cuore. Fatevi allora un regalo. Procuratevi le sue registrazioni. Sarà più bello che ascoltare il sole d’estate, il profumo di un fiore, il rumore del mondo intorno. Tommy Bolin è ancora qui. Con il volto sorridente a far capolino da quella copertina. E tutto il resto è davvero inutile. Hello Again.

Emanuele Tamagnini