Tomaga @ La Fine [Roma, 19/Aprile/2018]

526

La Fine è il club “carbonaro” protagonista delle notti romane degli ultimi mesi come ideale prosecuzione per intenti e proposte del mai troppo rimpianto Dal Verme. Solo negli ultimi tempi, la piccola sala di via Nazionale ha offerto veri trip, fra gli altri di Zeus!, In Zaire, Gnoomes, Mamuthones, Wolf Eyes. A loro il gran merito di aver riportato a Roma una musicista del calibro di Valentina Magaletti, talento da esportazione a Londra da quasi venti anni, il cui curriculum è da far tremare i polsi: Bat For Lashes, Oscillation (protagonisti un anno e mezzo fa al Rome Psych Fest), UUUU con Graham Lewis e Matt Simms dei Wire e Thighpaulsandra dei Coil (quest’ultimo di recente ospite assieme al “nostro” Massimo Pupillo proprio a La Fine), perfino l’onere e l’onore di sostituire il compianto Jaki Liebezeit in occasione del concerto evento che celebrava i 50 anni dei leggendari CAN un anno fa. Tomaga è il duo partorito dalla batterista di origine barese assieme al collega “oscillante” Tom Relleen per dar sfogo a ricerche ed esplorazioni soniche. L’album più recente, “Memory in Vivo Exposure”, risale alla fine dello scorso anno e ha il suo spazio nell’ora di incredibile concerto. A proposito di talenti italiani a Londra, il disco vede la partecipazione di Marta Salogni appena nominata “Breakthrough engineer” del 2017, già al lavoro per Bjork, David Byrne, Sampha, Factory Floor, The XX e per combinazione a Roma negli stessi giorni nell’ambito dell’Outdoor Festival. Tornando al concerto, il palco è piccolo e i due musicisti lo occupano circondati da drumset e strumenti vari: Relleen in particolare è seduto fra tastiera, synth, due pedaliere e imbraccia il basso che finirà un paio di volte impigliato in una tenda, un vibrafono lo separa dalla batteria su cui pende una sinistra maschera e vi è un cavo collegato allo stativo che la sostiene, verrà percosso ricavando un effetto raggelante. Una intro ambient è il preludio di un set cangiante, con una folle e incredibile alternanza di atmosfere e sonorità,: gelidi scenari krauteggianti si aprono a percussioni da foresta tribale, frammenti schizoidi alla This Heat evolvono in ritmiche pulsanti e più regolari, quasi danzerecce, droni spaziali si intersecano su geometrie da sezione ritmica dei Battles. Colpiscono le espressioni di Valentina, tra concentrazione ed estasi, colpisce l’artigianato sonoro, il “crafting” di Tom e il controllo impressionante di una strumentazione elaborata, colpisce l’impressione di farlo sembrare facile. Una esperienza pienamente appagante e totalizzante come poche altre oggi.

Pierdomenico Apruzzese

Foto dell’autore