TOdays Festival @ Luoghi Vari [Torino, 24-26/Agosto/2018]

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È servito pochissimo tempo al TOdays Festival per imporsi come una delle più importanti realtà nel panorama festivaliero del nord Italia e non solo. Alla sua quarta edizione, l’evento è ormai diventato un must per i musicofili di tutte le età, accorsi da qualsiasi angolo della Penisola ma anche dall’estero. I giorni che hanno preceduto il Festival non erano stati particolarmente sereni a causa del forfait di quella che era, per molti, la band più attesa della tre giorni torinese: i My Bloody Valentine. Kevin Shields e soci l’avevano annunciato sui loro canali social con un post che glissava – colpevolmente – proprio sulle ragioni dell’assenza. Il piccolo grande miracolo dell’organizzazione, comunque, è stato quello di saper rimpiazzare una band-culto come quella irlandese con un’altra di indubbio spessore: i Mogwai. A pochissimi giorni dall’inizio del Festival era tutt’altro che semplice individuare un nome in grado di non scontentare i tanti già in possesso di biglietti e abbonamenti. Per arricchire la proposta artistica, anche quest’anno, nei giorni del Festival sono stati organizzati eventi paralleli e laboratori curati da esperti del settore, nelle ore pomeridiane.

Inaugurano il TOdays Festival 2018 i padroni di casa Indianizer, reduci dall’ispiratissimo ‘Zenith’ e capaci di ipnotizzare i presenti con la loro classica miscela di psichedelia e ritmiche che si muovono agilmente fra Africa e America Latina, sostenute da poderosi riff aciduli. Il prato va via via affollandosi, mentre sul palco principale si presentano i Bud Spencer Blues Explosion, capitanati da Adriano Viterbini, con una formazione allargata: iniziano così quasi quaranta minuti di tiratissimo blues rock, durante alcuni brani parecchio più ruvido rispetto alle rispettive versioni studio. Il set è un concentrato di elettricità e virtuosismi ed è popolato essenzialmente da brani dell’ultimo ‘Vivi Muori Blues Ripeti’, ennesimo bel lavoro di una formazione ormai di riferimento per un’intera scena musicale. Probabilmente non per tutti, ma, d’altronde, i Bud Spencer Blues Explosion non hanno mai avvertito l’urgenza di conquistare grandi masse. La prima giornata di Festival, già partito benissimo, prosegue con l’esibizione di una delle band più chiacchierate degli ultimi tempi: i King Gizzard & The Lizard Wizard, mentre le nuvole si diradano e le previsioni meteo avverse sembrano fortunatamente essere smentite. Il prolifico settetto australiano ha conquistato la ribalta con un’incessante attività discografica, culminata nei cinque dischi pubblicati nel 2017. I numeri parlano di tredici album e un paio di EP dal 2011 a oggi, più o meno tutti accolti con grande favore dalla critica e dal pubblico. Conquistiamo le prime file, curiosi di verificare la resa dal vivo di Stu Mackenzie e compagni e veniamo subito rapiti: il live ingrana immediatamente e il caratteristico sound psych-tutto restituisce buonissime sensazioni sin dalle prime battute. Il concerto si schiude con ‘Digital Black’ e conosce un acuto spaventoso con l’accoppiata ‘Crumbling Castle’-‘Rattlesnake’, quest’ultima destinata a rimanere nella mente degli ascoltatori per parecchi giorni dalla fine del Festival. Il ritmo, comunque, resta forsennato anche dopo: nella zona centrale si accende il pogo, mentre i Gizzard manifestano, a tratti, il proprio lato prog. In alcuni momenti è prezioso il contributo dell’armonica, in altri il basso disegna traiettorie vagamente sabbathiane, mentre arrivano stop & go e cambi di ritmo chitarristici a improbabili velocità. La scaletta pesca da diversi album: il più rappresentato è ‘Polygonwanaland’, ma la chiosa è affidata a una deliziosa tripletta da ‘Nonagon Infinity’, con ‘Robot Stop’, ‘Gamma Knife’ e ‘People-Vultures’ in fila per un finale a dir poco esplosivo. Restiamo inchiodati nella nostra posizione privilegiata anche per i War On Drugs, mentre nelle prime file la composizione del pubblico cambia e l’età media si alza un po’. La band di Adam Granduciel si presenta sul palco puntualissima e, balzati i convenevoli, parte con la datata ‘Baby Missiles’, uno dei due momenti dedicati a ‘Slave Ambient’. Il live decolla subito con le atmosfere oniriche di ‘Pain’ e il suo sfumare psichedelico educato e composto, ma anche con il candore avvolgente di ‘Strangest Thing’, la cui coda arriva dritta al cuore. Nel mezzo si staglia ‘An Ocean In Between The Waves’ e dopo ‘Nothing To Find’ Adam Granduciel imbraccia la chitarra classica per suonare ‘Eyes To The Wind’, per quelli che sono sei minuti fra i più toccanti di un’esibizione come sempre impeccabile. Il viaggio nel roots rock americano prosegue e così scorrono le note e il tempo: quello dei War On Drugs è un citazionismo spudorato ma mai fine a se stesso, è la capacità di rielaborare con personalità ed eleganza il rock che fu, in un mare di feedback, di suoni melliflui ed eterei, di assoli che non scivolano mai nel mero esercizio di stile, di ricami sofisticati sui quali si staglia la grande voce di Granduciel, leader spirituale di una band fra le più ispirate dell’ultimo lustro musicale. Dopo ‘Burning’ arriva la deliziosa ‘Red Eyes’, già nel 2014 autentico instant classic. Il finale è leggermente dilatato e gli applausi al termine sono calorosi. A chiudere la scarsa ora e mezza a disposizione sono, prevedibilmente, ‘Under The Pressure’ e ‘In Chains’, con l’ennesima coda al miele e un’incantevole atmosfera sospesa. La prima giornata di TOdays, almeno per quanto riguarda la cornice di Spazio 211, si chiude coi tentativi delle persone in prima fila di recuperare la scaletta della band originaria della Pennsylvania, ma sul palco di setlist non c’è alcuna traccia. Si prosegue, poco meno di un chilometro più in là, nella ex-fabbrica Incet, dove di scena ci sono i Coma_Cose, duo milanese che in poco meno di un anno ha conquistato un pubblico importante. Abbiamo modo di ascoltare poco anche perché il set è davvero brevissimo, ma la tenuta del palco dei due pare buona e una corposa folla salta e canta senza soluzione di continuità. Riusciamo lentamente ad avanzare per godere appieno, per la prima volta, dell’esibizione dei Mount Kimbie. La prima parte del concerto scivola su note prevalentemente ambient e la prestazione è molto buona, al netto di un’esperienza un po’ limitata dai volumi francamente troppo bassi. Ma, col passare dei minuti, il crescendo diventa palpabile e il livello si alza: se ‘Blue Train Lines’ risente dell’assenza di King Krule, ‘Delta’ e ‘Made To Stray’ chiudono in grande stile il live e anche la nostra prima serata di TOdays, che, nel frattempo, ha fatto registrare il primo di tre storici sold out.

Recuperate le energie dopo un primo giorno faticoso a causa del viaggio notturno che ci ha portati nel capoluogo piemontese, torniamo a Spazio 211 con leggero ritardo rispetto all’inizio dell’esibizione di un altro padrone di casa, ovvero Daniele Celona, al TOdays anche per presentare il suo nuovo album, sempre in bilico fra attitudine marcatamente cantautorale e puro rock, con le chitarre protagoniste assolute, un po’ come per tutto il Festival. A seguire, sul palco grande arriva Colapesce, coadiuvato, come ormai di consueto, da Adele Nigro degli Any Other (voce, chitarra e sax) e da una corposa sezione ritmica: ‘Infedele’, d’altronde, è un album curato e complesso negli arrangiamenti. Il cantautore siracusano rimpinza la scaletta di pezzi estratti dalla sua ultima fatica discografica, fra i quali svettano ‘Vasco Da Gama’, ‘Ti Attraverso’ e ‘Totale’, col suo ritornello incredibilmente adesivo, mentre ‘Maledetti Italiani’ divaga improvvisamente in ‘I Migliori Anni Della Nostra Vita’. Prima di salutare, Colapesce azzarda anche qualche modifica al testo per mandare – neanche troppo celatamente – a quel paese Matteo Salvini e qualcuno reagisce con urla e applausi. Al tramonto, nella frescura di fine estate, sul palco salgono le sagome scure degli Echo & The Bunnymen. Quarant’anni di attività alle spalle (qualcosa in meno a voler essere pignoli, considerando un breve scioglimento a cavallo degli anni novanta), dodici album e uno in uscita, la band ha scritto pagine importanti della storia del post punk britannico e la curiosità per il loro attuale stato di forma era piuttosto grande. Ian McCulloch si presenta in giubbotto di pelle e occhiali da sole, incarnando un certo spirito eighty e mostrandosi in ottima forma sin dai primissimi pezzi, mentre i suoi compagni di viaggio necessitano di qualche minuto in più per salire in cattedra. Non brillano particolarmente ‘Lips Like Sugar’, ‘Bring On The Dancing Horses’ e ‘Rescue’, mentre le cose cominciano finalmente ad andar meglio da ‘All That Jazz’ in avanti e, in generale, quando a dominare è soprattutto la componente post punk. La band di Liverpool sembra fare un po’ più fatica durante i brani orientati alla neo-psichedelia filtrata con suoni alt-rock, mentre, per quanto riguarda i medley, suona più naturale quello fra ‘Villiers Terrace’ e ‘Roadhouse Blues’ dei Doors di quello fra ‘Nothing Lasts Forever’ e ‘Walk On The Wild Side’ di Lou Reed. L’asticella si alza ancora nel finale con le sferzate chitarristiche di ‘Never Stop’ e ‘Seven Seas’, la seconda delle quali interpretata magistralmente da Ian, poi con il classicone ‘Killing Moon’. Pur senza brillare particolarmente, gli Echo & The Bunnymen sono riusciti a dimostrare una discreta solidità, soprattutto nella figura del frontman, con buona pace degli scettici e di chi era convinto di trovarli già ormai troppo invecchiati. Un breve pit-stop per mangiare e bere qualcosina ci permette di osservare un prato affollato fino alle ultime file, a testimonianza del fatto che, nonostante la comprensibile e cocente delusione per l’assenza dei My Bloody Valentine, i Mogwai sono dei sostituti assolutamente all’altezza, nonostante il genere di riferimento non sia lo stesso e nonostante gli scozzesi passino piuttosto spesso da queste latitudini. Bastano pochi minuti per apprezzare la pulizia del suono: ‘New Paths To Helicon, Pt. 1’ propone il classico crescendo fino a incresparsi, ma pure nella fase più concitata gli strumenti restano perfettamente distinguibili. Il concerto dei Mogwai è una continua alternanza fra lunghe fasi atmosferiche e vagamente oniriche e momenti di palpabile tensione nei quali gli strumenti erigono muri di cemento armato. A metà scaletta gli scozzesi stipano due classici come ‘I’m Jim Morrison, I’m Dead’ e ‘Rano Pano’, poi le trame più ragionate di ‘Coolverine’ e quelle più lineari e catchy della nuovissima ‘We’re Not Done (End Title)’, che fa da colonna sonora al film “Kin”. Qualcuno temeva che sulla lunga distanza avrebbero annoiato, ma non va così. A onor del vero, il post rock non è un genere facilmente fruibile in sede live, ma i Mogwai tengono alta l’attenzione per tutta la durata del concerto, fino alle assordanti deflagrazioni di ‘Mogwai Fear Satan’, fiore all’occhiello di un’esibizione priva di momenti d’affanno. Mentre va in archivio la seconda serata di TOdays a Spazio 211, l’ex-fabbrica Incet è la cornice della festa capitanata da Marco Jacopo Bianchi aka Cosmo, protagonista assoluto di quest’anno musicale italico. Cosmo si è preso le folle di tutta Italia con la sua anima danzereccia e festaiola indissolubilmente legata a testi da cantare a squarciagola e non può fare eccezione Torino, per lui che è nato e cresciuto a una manciata di chilometri dalla città della Mole. Quando arriviamo, il concerto è già iniziato da qualche minuto, ma l’esodo verso Incet non è ancora terminato. Cosmo ci accoglie sulle note di ‘Quando Ho Incontrato Te’, ma dopo poco prende avvio la classica fase del concerto tutta da ballare, inaugurata dalla stravaganza dadaista di ‘Tristan Zarra’. Cosmo appare in forma, nonostante il tour sia iniziato in primavera non abbia mai conosciuto neanche l’ombra di una pausa. L’energia, la voglia e lo spirito sono quelli di sempre. A far tremare l’ex fabbrica sono poi ‘Sei La Mia Città’, ‘L’Amore’, ‘Animali’ e, in chiusura, come sempre ‘Turbo’ e ‘L’Ultima Festa’, senza stage diving ma con una pioggia di coriandoli. Prima di congedarsi, Cosmo invita tutti a far tardi per assistere al live dei Mouse On Mars e ai dj set di Acid Arab e Red Axes e non ci stupiremo quando lo vedremo ballare accanto a noi. I Mouse On Mars sono fra le più importanti formazioni elettroniche tedesche dal periodo a cavallo fra i due secoli a oggi: al netto di qualche passo falso, il grande merito dei Mouse On Mars sta nell’aver saputo coniugare, con grande consapevolezza, l’influenza della storia e di un passato anni settanta in cui la Germania ha svolto un ruolo pioneristico grazie soprattutto a Kraftwerk, Neu! e Faust con pulsioni più moderniste, proponendo una mistura di generici in cui svettano techno e IDM, pur con chiare influenze kraut. Tutto sommato gradevole, il live set paga un po’ il fatto di ritrovarsi schiacciato fra Cosmo e gli Acid Arab, duo parigino protagonista con un dj set da favola. Come il nome suggerisce, filtrano sonorità arabeggianti (ma orientali, più in generale) attraverso corposi bassi e un’elettronica tutta da ballare. È così per oltre un’ora: a Incet nessuno resta fermo, nonostante l’orario e le gambe pesanti. Il dj set è travolgente, i momenti più ragionati sono pochi e sembrano sempre finalizzati a generare violente deflagrazioni che trasformano l’Incet in una dancefloor e trasportano i presenti in luoghi esotici. Saranno pure strade battute, quelle percorse dagli Acid Arab, ma la risposta del pubblico è eloquente ed esprime tutto il gradimento per quanto ascoltato. Suggella la serata il dj set del duo israeliano Red Axes.

Torniamo a Spazio211 nel tardo pomeriggio della domenica, per l’ultima giornata di Festival che si esaurirà con il concerto degli Editors, travolti da una clamorosa ondata di hype. Per dare l’idea, vi diciamo che qualcuno, per tentare di accaparrarsi i pochi biglietti rimasti in cassa, si è appostato davanti ai cancelli di Spazio211 dalle nove di mattina. E così, dopo i due sold out registrati nel corso delle serate precedenti, la domenica non può fare eccezione. Ad aprire le danze è Generic Animal che, dopo l’esperienza coi Leute, ha debuttato quest’anno con un album solista definito a più riprese emo-pop, i cui testi sono stati curati da Jacopo Lietti dei Fine Before You Came. Buona la prima a Torino per l’artista classe 1995, del quale avevamo già avuto modo di apprezzare una buona resa dal vivo, nel corso di quest’anno. Dopo di lui c’è Maria Antonietta, visibilmente provata da una laringite, come lei stessa ha confessato, proprio nel giorno del suo compleanno. La sua voce appare sofferente e il live ne risente un po’, ma la pesarese riesce a recuperare nel finale. Penultima esibizione della quarta edizione di TOdays è quella di Ariel Pink, cantante e musicista losangelino reduce dal buonissimo ‘Dedicated To Bobby Jameson’. Il pop ipnagogico e psichedelico di Ariel Marcus Rosenberg ingrana abbastanza in fretta, inondando il prato con un oceano di colori. L’ora in compagnia dell’artista californiano è pura schizofrenia: si passa dal morbido cullare di ‘Feels Like Heaven’, immersa in ambientazioni anni ottanta, al ritmo frenetico e sghembo di ‘White Freckles’, dalle atmosfere sospese e oniriche di ‘Bubblegum Dreams’ al mero e sporchissimo punk di ‘Revenge Of The Iceman’, per poi arrivare alla chiosa con una rarefatta e allucinata ‘Baby’. Il delirante viaggio di Ariel Pink si trasforma in un live di assoluto spessore, probabilmente incapace di mettere d’accordo tutti, ma tant’è. Saluta fra gli applausi e, dopo un lungo cambio palco, è la volta degli Editors. Siamo sinceri: è un nome ben lontano dal farci saltare sulla sedia. Chi scrive non è mai riuscito ad apprezzarli realmente oltre ‘The Back Room’ e ‘An End Has A Start’, specialmente dopo una svolta pop rock che ha progressivamente assopito i tratti distintivi del sound che fu. Con altrettanta sincerità, però, constatiamo subito un’attitudine live invidiabile: Tom Smith sul palco sa starci benissimo, la band lo segue a ruota e, in generale, quasi sempre i pezzi suonano meglio live che su disco, almeno per quanto ci riguarda. Un terzo della scaletta è dedicato a ‘Violence’ e, pur crescendo, fatica a entusiasmarci, ma pezzi come ‘Formaldheyde’, ‘Blood’, ‘Smokers Outside The Hospital Doors’ e ‘The Racing Rats’ convincono senza riserve. La scaletta mette d’accordo tutti, dai fan storici ai più scettici, come noi. Gli Editors si mantengono in perenne tensione fra il più recente synth pop e l’alternative rock contaminato dal post punk del passato ma, al di là dei gusti personali, a livello performativo quello degli Editors è un grande spettacolo il cui epicentro emozionale coincide con il bis (l’unico dell’intero Festival) nel quale arrivano ‘No Sound But The Wind’ e ‘A Ton Of Love’, la prima col solo Tom Smith sul palco ed entrambe in acustico, mentre dal prato si leva un unico coro. In coda, i classici ‘Munich’ (eseguita mirabilmente) e ‘Papillon’ precedono ‘Magazine’, suggellando un live notevole e il TOdays Festival 2018. Il bilancio dell’edizione del festival torinese appena conclusa è positivo sotto ogni punto di vista, a partire dai numeri da capogiro generati da una proposta artistica di indubbia qualità. Fa il resto una buonissima organizzazione e tutto ciò spiega i tassi di crescita mostruosi fatti registrare da un evento che ha solo quattro anni di vita ma che ambisce a diventare un punto di riferimento dell’estate italiana e non solo.

Piergiuseppe Lippolis

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