To Rococo Rot + Robin Guthrie @ Circolo degli Artisti [Roma, 13/Febbraio/2008]

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Stasera suonano al Circolo degli Artisti i To Rococo Rot, ci andiamo e vi raccontiamo.

Proiezione di immagini e sound d’accompagnamento o viceversa, scandiscono l’inizio della serata. Robin Guthrie, ex Cocteau Twins, ha il compito di aprire il concerto. In divisa nera, defilato sul palco armato di chitarra e computer, diluisce geometrie fluide, durate indefinite, arabeschi sonori. Che tessono una dimensione acquatica dove i profili sono più che sfocati. Sullo schermo la musica è la stessa, e i moduli della sei corde vengono riproposti, in un caleidioscopio di simmetrie e colori, incisioni, schiarite. In lontananza, sovrascritti, rari volti. Intimista e depressivo.

Intorno alle 23.30 fa il suo ingresso, in perfetto stile nerd, il trio berlinese: basso batteria e sintetizzatore. Cantori delle atmosfere soffuse, architetti del particolare, fin dall’esordio avvenuto più di un decennio fa con ‘Veiculo’ si sono guadagnati lo status di punto di riferimento assoluto, per poi passare nel tempo attraverso etichette prestigiosissime come la Mute dei Depeche Mode (prima) e la Domino dei Franz Ferdinand, Four Tet ed Arctic Monkeys (adesso): album come ‘The Amateur View’ (1999), ‘Music Is A Hungry Ghost’ (2001) e ‘Hotel Morgen’ (2004) hanno lasciato una traccia decisamente importante, spesso imitata, citata ed inseguita da molti esponenti di quella che, da qualche anno a questa parte, è stata chiamata “indietronica”. Festeggiamo, assieme a loro, il compleanno di Robert Lippock, assaporando inediti tratti dal prossimo album, oltre a pezzi dei precedenti. Dall’ascolto dell’ultimo EP, ‘abc, 123’ ci aspettavamo un ritorno: un ritorno alle origini di un genere, che è il loro ed era, nei sintetici anni ’80, quello dei primi Kraftwerk; un ritorno che promette un nuovo inizio, nuove sonorità, ampi sviluppi. L’impronta generale del concerto si impone da subito. E ci stupisce. Ritmi immediati, risonanze battenti, sintonizzano il pubblico sui moduli proposti: per fortuna non c’è spazio per i dervishi metropolitani o i Gene Kelly in ciabatte. I tre si dimostrano perfettamente in grado di rimodellarsi, in funzione della forma concerto e la rigida struttura musicale lascia un discreto margine per l’improvvisazione. La nostra era un suggestione: novità sì, ma non le previste. E ci sono piaciute.

Andrea Marcolini

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