Timber Timbre @ Monk [Roma, 30/Settembre/2017]

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Taylor Kirk è un songwriter di razza. Dal 2005 scrive brani crepuscolari in cui combina sapientemente folk, blues e indie-rock con il moniker di Timber Timbre. Il nome deriva dal cottage di legno nei boschi dell’Ontario, dove il cantante e polistrumentista componeva e registrava inizialmente le proprie cose. Materiale che confluisce in due album autoprodotti, scarni e viscerali: “Cedar Shakes” del 2006 e “Medicinals” del 2007. La svolta avviene con la firma per l’etichetta canadese “Arts & Crafts”, che realizza il terzo album “Timber Timbre” nel 2009 e poi anche i due successivi. Il disco omonimo, candidato in patria al Polaris Music Prize, si impone all’attenzione del pubblico e della critica un po’ ovunque. Il suono è meno lo-fi delle due uscite precedenti, pur mantenendo strutture semplici ed immediate. Gli elementi sono dosati con gusto e cura maniacale, donando alle composizioni quello status di vintage contemporaneo tanto in voga nell’alternative rock. “Creep On Creepin’ On” nel 2011 allarga la formazione e lo spettro musicale di riferimento. Un alone di mistero avvolge i brani, un suono denso li caratterizza, echi cinematografici e profondamente evocativi ne delineano il mood. Tutto è così smaccatamente e meravigliosamente Sixties. Tre anni dopo è la volta di “Hot Dreams”, che introduce elementi soul ed influenze country, mischiandoli al suono distintivo della band. In questo lavoro l’estetica musicale si ispira alle atmosfere degli anni Settanta. La ricerca stilistica continua con la pubblicazione di “Sincerely, Future Pollution” nell’aprile di quest’anno. Registrato in Francia e pubblicato per la City Slang, stravolge le consuetudini introducendo dosi massicce di synth, fonde Carpenter con Lynch e confeziona suggestioni anni ’80. I testi formano un concept di profonda analisi critica e di denuncia dello stato attuale del mondo. L’esperimento coraggioso raccoglie pareri discordanti, suscitando una curiosità maggiore per il live che ci aspetta.

Il controluce sarà ormai anche abusato, ma sa regalarti grandi suggestioni. Riesce a crearti una sensazione indefinita, ad astrarti da un evento fisico e a portarti altrove. Un non luogo sospeso tra un concerto in piedi in un club e il divano di casa tua, con un disco che gira su un piatto e un paio di amici in rigoroso silenzio ad ammirarne la bellezza, che sia immediata, o da ricercare scandagliando piccoli dettagli. Quattro persone sul palco messe lì per la musica. L’immagine non è importante anche se sottolineata da tre piccole lampadine sospese a mezz’aria, che raramente cambiano di intensità, ricordando di essere lì. La band non vuole foto e spesso sarebbe giusto sequestrare tutti gli smartphone per rendere più partecipi le persone, che in serate come queste sembrano aver subito una selezione naturale, che per fortuna non riduce all’osso il pubblico e lascia sperare che la musica di qualità venga sempre più apprezzata. Le sagome di Taylor e compagni iniziano il concerto con “Sincerely, Future Pollution”, uno dei pezzi nuovi che fa da perfetta intro ad un concerto di circa un’ora e mezza, dove suoneranno quasi tutto il nuovo lavoro, incastonando perle tratte dai tre album prercedenti. “Sewer Blues”, “Velvet Gloves And Spit” e “Moment” seguono nella scaletta. Tutti brani tratti dall’ultimo album in cui hanno usato meno la chitarra in favore dei synth più “accattivanti” e modaioli. Nell’esecuzione live le chitarre riconquistano spazio, facendo capire che la soluzione scelta in studio non è scaturita di certo per assenza di idee o di ispirazione. L’esecuzione di “Hot Dreams” alza il livello, con quella chitarra sfiorata e l’organo che sottolinea un ritornello da brividi. Sembra proprio di essere negli anni ’60 dove un crooner si avventura in territori black soul, prima di giungere ad un finale degno di un gruppo math-rock fatto di oppiacei. In questo brano c’è la prima delle incursioni del sax suonato da Chris Cundy, che ha anche aperto il concerto con mezz’ora di solo sax, col merito di tentare di espandere la percezione musicale dei presenti. Si torna al nuovo disco con “Western Questions”, respiro profondo sottolineato da suoni minimali ed elettronici. Il trittico che segue è classe pura. “Curtains” ha sguardi intensi da film in bianco e nero e sigarette, il noir descritto in musica con le solite chitarre desertiche e la voce dove lo slap-back dà la giusta drammaticità agli eventi. Si pesca ancora dall’omonimo del 2009 e “Until The Night Is Over” appare persino un pezzo spensierato, lanciando perfettamente “Magic Arrow”, che sembra una vecchia locomotiva in movimento perpetuo. Si torna al presente: “Grifting” appare un po’ come una collaborazione tra Kirk e qualche suo amico a cui doveva un favore, mentre “Bleu Nuit” risale la china pur mantenendo qualche interrogativo sul suono attuale della band. “Do I Have Power” ridona certezze. L’aria da canzoncina spensierata viene svelata in tutta la sua drammaticità, uscendo di prepotenza nel finale epico, che esprime l’emozione di chi è intrappolato e vorrebbe uscire da quella situazione. “Woman” chiude la prima parte confermandosi il gran pezzo che è, dando l’impressione di risucchiarti in un vortice emotivo da cui è impossibile districarsi. I bis sono irrinunciabili anche per una band che sembra non rispettare le regole del conformismo di questo mondo moderno, ma va benissimo così, vuoi mettere due finali al prezzo di uno? Risalgono ed eseguono magistralmente: “Black Water”, “The Low Commotion” e “Trouble Comes Knocking”. Che dire? Si possono fare tanti paragoni, si può pensare che Taylor in certi momenti ricordi questo o quell’altro, ma i Timber Timbre sono qualcosa a sè. Il miglior augurio che gli si possa fare e che continuino a produrre musica unica, pur avendocene già regalata tanta e qualunque sia la loro strada d’ora in poi meriteranno comunque rispetto. il Controluce dopotutto non è altro che la loro ombra proiettata sul pubblico, che per questa sera ne è stato piacevolmente dominato!

Cristiano Cervoni & Francesco Cerroni

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