Timber Timbre + Last Ex @ Bronson [Ravenna, 3/Novembre/2014]

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Sono convinto che Taylor Kirk, voce e chitarra dei Timber Timbre, avrebbe voluto fare il regista cinematografico. E lo scrittore. E magari anche il pittore. Ritratti. Paesaggi. Deserti urbani. Banconi di bars. Sgabelli di clubs. Cuori spezzati e bicchieri scheggiati. Cose così. Perchè è evidente l’ambizione narrativa di Kirk e compagni. Perchè tutto, o quasi, nella poetica dei Timber Timbre, ricorda la sequenza di un film. La pagina di un libro. La foto di un luogo. Tutto sembra la cartolina di un’autopista. La luce rossa e soffusa di una dance hall di provincia. Il parcheggio di un diner, in mezzo al nulla, nella nostra fuga dal mondo. L’America. Quella  dimessa, decadente e charmante. Ad appena due passi ma irraggiungibile. Osservata dalla finestra. Con i gomiti sul davanzale, il mento in mano. Vista dal Canada. Da vicini di casa. Dalle nostre vite apparentemente quiete e pacificate. Fatte di braci sopite, mai del tutto domate. Pronte a tornare. A ribollire ancora, alla prima scintilla. Boschi fitti di nebbie e sentieri lungo i quali è semplice  perdersi, sconfinare. Anche il Bronson di Madonna dell’Albero, stasera, è una delle province di quell’Impero. Una delle stanze di quel Motel. La Parigi di Wenders. Una puntata inedita, un finale alternativo di “Twin Peaks”. Molto più che un redivivo spettro di “Les Revenants”. Non a caso in sottofondo prima del set d’apertura dei Last Ex c’è ‘Floating into the night’, primo album di Julee Cruise. Ma si accennava ai Last Ex, side project nelle salde mani di Simon Trottier e Olivier Fairfield, membri emeriti della band titolare. Il combo si abbandona in un ipnotico set che non esiterei a definire slow progressive, integralmente strumentale per chitarre, percussioni e synths. Un breve gig che mi colpisce per bellezza di suono e qualità di ritmiche al contempo nervose e liquide. Femminili, seducenti e oniricamente narcotiche. Bravi. Tutte qualità, queste ultime, infallibili e sinuose che ritroviamo anche nel concerto dei Timber Timbre. Ma nel secondo cocktail, questa volta, non solo cubetti di ghiaccio e fette d’arancio. Anche un ombrellino di carta e una cannuccia. Sissignore. Che certo nel nostro caso non sono sinonimo di esotismo e caraibi. Guai a noi e a loro. Ma indubbiamente aggiungono sapori e sfumature elegantemente, raffinatamente, sibillinamente più popular & easygoing. E apparentemente, solo apparentemente più… facili. Come le piccole, delicate frasette di piano ricorrenti in diversi pezzi. O l’andamento folky di alcune ballads che potremmo serenamente danzare in coppia con il nostro grande amore perduto che non tornerà, no non tornerà più. Gemme screziate di polveri diamantine dei Portishead meno teutonici e più leggeri, dei Valentine Six meno inquieti. Il tutto miscelato ad arte anche per gli orfani più romantici e trasognati di Cash. Williams. The Pelvis. E tutto l’esercito infinito dei loro figli, legittimi e non, sparsi nei decenni e nei continenti. E una voce, quella di Kirk, che davvero appartiene a un cowboy che ha certamente passato più di una sera in compagnia di diversi bourbons, Stuart Staples e Alan Vega. E davvero, a conti fatti, tutta quella vitaccia parrebbe non avergli fatto troppo male. E nemmeno a noi del resto, rimasti ad ascoltare. Perchè sono storie che non ci stancheremmo mai e poi mai di risentire. Soprattutto se raccontate così.

Giuseppe Righini

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