Tim Hecker @ Chiesa Evangelica Metodista [Roma, 30/Novembre/2012]

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Venerdì sera Roma è vessata da una pioggia battente che sembra ridimensionarla. La città diventa piccola piccola, timorosa come non mai. Le auto sulla Nomentana scorrono lentamente, e come un fiume di veicoli, che prima ha passato Porta Pia, poi ha attraversato via XX Settembre, infine va spegnendosi in largo Santa Susanna, dove in una piccola insenatura trovo modo di parcheggiare. La pioggia resta signora incontrastata del reame, e lascio il mio destriero al suo acquoso destino alla ricerca della Chiesa Evangelica Metodista, trovata dopo un istante di smarrimento. La location è discreta in quanto a misure, e non mi pare proprio ci fosse il tutto esaurito. Entro proprio mentre il concerto inizia, e così mi tuffo nella notte dell’aula, tra buie persone irriconoscibili, accolto dall’ oscuro drone di Tim Hecker. Già da come comincia sembra tutto perfetto. Abituato ad ascoltare tutto ciò che abbia un ritmo (perlomeno palesato), mi trovo in leggera difficoltà all’inizio del concerto: c’è il grave problema di dover battere il piede, o di ondeggiare leggermente la testa, ma queste due cose non potevo proprio farle. Un leggero sconforto si impadronisce di me; abbasso lo sguardo e poi lo volgo verso destra, dove le coloratissime vetrate della chiesa mi spalancano le porte di una nuova percezione, così da farmi rimanere di sasso a quel punto per tutta la durata dell’evento, in piena estasi. Paesaggi nebbiosi, bagnati da gelide acque, vengono emanati da Tim Hecker e dai suoi strumenti di potere; luoghi statici in balìa di se stessi, che sembrano distruggersi sotto i loro stessi colpi, e che risorgono immediatamente, come in un ciclo continuo e perpetuo. Le luci, che discretamente seguono le geometrie della parete alle spalle dell’artista, colpiscono per semplicità ed effetto. E quel crocifisso illuminato coi colori del fuoco, che meraviglia! Peccato per le vetrate che, a causa dei bassi, ogni tanto tremavano come spaventate. E peccato per il banchetto della birra, un po’ troppo chiassoso e rumoroso. Perché per il resto, il concerto è stato una vera e propria meraviglia. Un’ora di estatica alienazione mistica, un’ora di musica in una location tutt’altro che banale (eppure così consona all’evento). Un’ora meravigliosa, una di quelle che andrebbero ricordate. E questo sarebbe il classico concerto in cui portare la mamma e dirle: “A’ mà, hai rotto il cazzo con Guccini, ora spero la smetterai di dire che la musica elettronica non è musica colta”.

Stefano Ribeca