Thurston Moore @ Auditorium [Roma, 8/Dicembre/2011]

730

Che bello che è andare all’Auditorium a vedere i concerti. Oh, sì, è davvero magnifico. Intanto sei accolto da numerose hostess molto invitanti (ma troppo poco ammiccanti) che ti portano pure fino alla poltroncina prestabilita segnata sul biglietto. Queste poltroncine poi sono comodissime, altro che cinema! La struttura è davvero bella e mescola in se (alla grande) sacro e profano: impostazione classica e risoluzione moderna convivono in questa struttura che a me, personalmente, ha sempre donato grandi soddisfazioni. Per non parlare dell’acustica perfetta, a cui io e molti miei compagni di merende siamo assai poco abituati per colpa (o grazie a?) circolini e circoletti con palchini e palchetti dove può suonare chiunque. L’otto dicembre c’è Thurston Moore all’auditorium. Sala Sinopoli, come al solito. Accredito in platea, e il mio cuore gioisce come un bambino davanti ai regali incartati sotto l’albero. Pubblico numeroso (e rumoroso) di varia estrazione sociale ma, soprattutto, di variegatissima età anagrafica. Ad aprire il concerto ci sono i Tall Firs, un duo folk newyorkese dalle indubbie capacità che però, sarà che là siam venuti tutti a vedere Thurston Moore, sarà che le luci sono rimaste accese per permettere a tutti di trovare posto a sedere (dando una mazzata terribile all’atmosfera), sarà che in molti parlano e parlottano; fatto sta che alla fine la loro presenza impalpabile avrà scaldato il cuore di pochi e sarà apparsa quantomeno ineffabile dalla maggior parte dei restanti presenti.

Usciti i Tall Firs dal palco sale un tizio con delle bottigliette d’acqua pronto a posizionarle nei punti strategici del palco. La sala Sinopoli esplode in un boato e scroscianti applausi vanno al malcapitato, probabilmente scambiato per Thurston Moore nonostante assomigliasse all’ex Sonic Youth quanto una patata ad un colibrì. Poi il nostro Moore arriva comunque (in giacca e cravatta) assieme alla band: due chitarre, una batteria, un violino ed un’arpa. L’ora e mezza di concerto è un grosso calderone rock in cui atteggiamento punk e raffinatezza folk si equilibrano quasi alla perfezione: sono delle ballate sporche e graffiate che mancano però di quella visceralità tipica di artisti come Waits o Lanegan. Il perché ci sembra chiaro: Moore non riesce proprio a scampare dalla sua adolescenza che appare perpetua, senza fine. Ci sono in lui quella leggerezza, quell’insofferenza e quella sbadataggine che, negli anni ’90, lo hanno reso un’icona imprescindibile per qualsiasi ragazzo dai capelli un po’ lunghetti e dai vestiti un po’ gualciti. E così eccolo qua, questo splendido cinquantatreenne che sembra uscir fuori dall’Isola che non c’è, che si presenta a noi con la sua band e con il suo punk-rock-folk illuminato da improvvise esplosioni noise capaci di confondere il più attento e serio ascoltatore della sala. Eccolo qua, in tutto il suo splendore, pronto a scherzare e a ridere con il pubblico, pronto a leggere poesie dal dubbio significato, pronto a rispolverare qualche pezzo dei Sonic Youth che il pubblico sembra gradire, ma pronto soprattutto a portare a tutti la sua nuova proposta che non ecciterà mai quanto il riff di ‘Teenage Riot’ o il crescendo di ‘Tom Violence’ ma che, alla fine dei conti, si lascia apprezzare per spontaneità ed immediatezza. Che bello che è andare all’Auditorium a vedere i concerti.

Stefano Ribeca

3 COMMENTS

  1. Che bello andare all’auditorium a vedere i concerti, a spendere 20 o 25 euro e a sentire di merda per una buona metà del set (esperienza d’altronde non inusuale al Parco della musica)! Ma evidentemente, anche a sentire che mi stava intorno, sono le mie orecchie ad essere tarate male sugli impianti dei vari club. Concordo invece sulla comodità delle poltrone, anche se per metà concerto si sono forse rivelate inappropriate: il nostro amico – contrariamente a quanto avrei immaginato – ha infatti pensato di alternare alle splendide ballate ‘autunnali’ dell’ultimo album il rockettino leggero di ‘Psychic hearts’ del 1994, composto da canzoni piacevoli ma che personalmente non mi era mai più venuto in mente di ascoltare appunto dal 1994, e un motivo ci sarà…Il passaggio tra le due atmosfere completamente differenti ha reso la serata un po’ strana a mio giudizio, ma essendo Thurston da sempre un simpatico e incorreggibile cazzaro tutto sommato c’era da aspettarselo, e a scanso di equivoci il concerto mi è piaciuto.
    Non credo sia stato rispolverato alcun pezzo dei Sonic Youth (a meno che non ci si riferisca al copri-grancassa della batteria o all’amplificatore di Moore, o alla ‘poesia di dubbio significato’ che non mi suonava del tutto nuova e che veniva molto probabilmente da un testo dei Sonici), e rispetto allo stile delle ballate di Thurston (neppure poi tanto diverse da certe cose fatte con la band se non per gli arrangiamenti) lamentare una mancata sensibilità blues alla Waits o Lanegan a me personalmente non sarebbe mai venuto in mente, dal momento che il suo ‘bianchissimo’ album – palesemente un ‘Sea Change’ parte seconda, visto il produttore (e purtroppo, l’abbiamo scoperto dopo, viste anche le circostanze) – mi pare si rifaccia più a Nick Drake o certo Neil Young, insomma a tutt’altra tradizione, sia musicale che sentimentale… ma evidentemente il concerto ha stimolato la fantasia degli ascoltatori, e ciò non può che confermarne l’intrinseca riuscita, nonostante i piccoli difetti di cui sopra!

  2. il migliori concerto (a Roma) degli ultimi 5 mesi. Anche grazie a “l’acustica dell’Auditorium”.

  3. Ho citato Lanegan e Waits perché ho parlato di “sporco” e “graffiato” e, dato che questi due aggettivi riferiti al cantautorato riportano sempre verso quei lidi, ho voluto specificare, tutto qui 🙂

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here