Thundercat @ Base [Milano, 25/Novembre/2017]

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Stephen “Thundercat” Bruner è una di quelle persone che nascono per essere destinate alla musica. Fosse diventato avvocato, medico o panettiere avrebbe stupito tutti e non poco. Cresciuto in una famiglia di musicisti a cominciare dal padre Ronald Sr. e dal fratello Ronald Jr. entrambi rinomati batteristi e il fratellino James “Kintaro”, ex membro della band The Internet e attualmente all’attivo con un EP solista in collaborazione con Anderson Paak. Che cosa aggiungere. Thundercat è un bassista dall’abilità eccezionale e versatile che lo ha portato a diventare un sessionman richiestissimo, firmando collaborazioni per artisti del calibro di Erykah Baduh, Kendrick Lamar e Kamasi Washington per i rispettivi album, fino all’incontro losangelino con il produttore Flying Lotus e l’etichetta discografica Brainfeeder. Dunque, visti i presupposti e i suoi precedenti ottimi lavori, non potevamo farci sfuggire l’appuntamento milanese di questo fenomenale bassista, producer, compositore, cantante e struggente amante dei gatti. L’occasione si presenta grazie al concerto preview per il Jazz ReFound all’interno dell’evento Linecheck svoltosi nella cornice post-industriale del Base di Milano. Dopo una lunga attesa, la sala è infatti ormai stracolma di pubblico arrampicato fin sopra le gradinate, il live prende il via alle 00.50. L’apertura del concerto è affidata alle languide note di “Robbot Ho” che dopo i primi quaranta secondi si fondono in modo nevrotico alla successiva “Captain Studio” che già dall’attacco fa sussultare la platea. La prima sensazione è di disorientamento e stupore: è impossibile stare dietro anche solo visivamente a quello che succede sul palco. È incredibile la quantità di note che riescono a produrre questi musicisti probabilmente geneticamente modificati, a spiccare su tutti sono proprio Thundercat con il suo gigante basso custom e il batterista Justin Brown. Un inizio esplosivo nel quale l’unico membro ad essere penalizzato nei primi tre brani è il violinista (si c’è anche un violinista!) che affronta i problemi tecnici con un kharma solenne degno del più diligente monaco buddhista. I brani si susseguono veloci l’uno dopo l’altro senza pause e fronzoli, sono numerosi quelli dell’ultimo corposo album “Drunk” composto da ben ventitre tracce, ma non mancano brani più datati tra cui la morbida e romantica “Heartbreaks+Setbacks” contenuta nel bellissimo “Apocalypse” (2013) co-prodotto con il mega producer Flying Lotus per l’appunto. Sono ben pochi i punti a sfavore di questo concerto epico, senz’altro un’acustica tutt’altro che cristallina e alcuni virtuosismi risultati un po’ eccessivi nelle code dei brani. Ma questo dopotutto è jazz, e se parte la coda “free” di certo non puoi contenerla e per un’ora e venti di concerto la apprezziamo anche senza comprenderla.

Melania Bisegna

Foto Laura Caprino

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