Three Second Kiss @ Init [Roma, 4-5/Aprile/2003]

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Una doverosa premessa: una volta temevo di consumarmi i polpastrelli a furia di ripeterlo; ora ho imparato ad usare gli shortcuts della tastiera, e oramai, col copia e incolla, dover scrivere il nome di Steve Albini ogni tre righe di testo non rappresenta più un problema. Comunque, siamo tornati all’Init per documentare le due serate consecutive organizzate dal collettivo romano Polyester: si tratta di un coordinamento di musicisti, operatori culturali, dello spettacolo e del sociale, fondato sulla partecipazione attiva dei consociati, privo di scopo di lucro e autofinanziato. Il collettivo nasce a Roma nel 2000, e raccoglie diverse band appartenenti alla scena indie locale aggregatesi intorno al valore della collaborazione reciproca al fine di autoprodursi e autopromuoversi nel migliore dei modi. Il locale ha fatto il pieno tutte e due le serate, indizio sia della qualità della proposta, sia della ferrea dedizione dei simpatizzanti e degli amanti della musica “altra” che, come noi, hanno trovato nell’Init una locazione privilegiata.

Si parte con i romani KBN (acronimo di “Klaatu Barada Nikto” frase dal misterioso significato presa da un b-movie degli anni ’50) che si muovono sulla direttrice noise con chiari riferimenti a Sonic Youth e Fugazi, con qualche inserto crossover ed espedienti ritmici abbastanza originali. Dimostrano di essere decisamente in serata: nonostante la malasorte li abbia colpiti nel primo brano (voci sparite dal mixer, corde della chitarra saltate) esprimono un tiro molto alto e trascinante, un suono saturo e appagante. Seguono le guest star della serata, i bolognesi Three Seconds Kiss. E’ appena uscito il loro nuovo album, ‘Music Out Of Music’, accolto dalla critica, in modo spesso entusiasta, come l’ennesimo episodio math rock/noise/sperimentale degno di rilievo anche internazionale, e sta di fatto che il disco è stato registrato (eccoci) da Steve Albini e la produzione ha quel sapore “vintage-live-primordiale” che è un po’ il marchio di fabbrica dell’osannato ingeniere del suono (già con Nirvana, Jon Spencer, Mogwai, cito a caso ma potrei proseguire per molto…). Vengo introdotto clandestinamente nel backstage e così ho l’onore di documentare l’assunzione, da parte del trio, di sostanze altamente dopanti, quali farro, fagioli, maccheroni, enormi sleppe di pane con cotolette alla milanese, pizze rustiche e, ovviamente, vino rosso. Ecco la sorgente del loro eclettismo, altro che i Libertines e le loro polverine magiche… Sul palco mostrano dei pezzi d’artiglieria d’annata: al basso quello che mi pare un classico Ampeg, e alla chitarra un mastodontico Fender che non avevo mai visto prima: il risultato è un suono d’altissimo profilo tecnico, raffinata e inacidita reinvenzione del vintage sound sgorgante armoniche e stridenti dissonanze: gli strumenti sembrano suonare da soli, ma il segreto è tutto negli amplificatori (i musicisti americani lo sanno da sempre, chitarre e ampli rappresentano forse l’unica forma di artigianato yankee, ed evidentemente c’è pure qualcuno, in Italia, che ogni tanto se ne accorge). Incominciano gigioneggiando basso e chitarra, cercando un virtuosismo esasperato, o forse facendoci saggiare la pioggia tintinnante che distillano gli amplificatori, ma quando entrano nel vivo dimostrano una ferocia strumentale spaventosa. Probabilmente è corretto chiamare in causa, come referenti, i Don Caballero. Laddove la chitarra sputa fuoco sotto forma di scarne armoniche dissonanti, la sezione ritmica può essere assimilata alla Macchina della Morte di Daitarn 3: quando arriva fa una gran paura, ha tanta presenza scenografica, ma poi finisce in fretta. Ci vuole poco, onestamente, a riprendersi dallo stupore provocato dalla frammentarietà e dalla potenza concreta e spigolosa di matrice shellachiana, e cominciare a domandarsi il perché dei Three Second Kiss. Mentre dagli Zu un analogo discorso viene portato scandalosamente fino alle estreme conseguenze, fino a rifondare una estetica musicale talmente nuova, intraducibile, aliena, da contenere un fascino quasi esotico nonostante la vicinanza culturale degli strumenti utilizzati (basso batteria e sax), dopo tre pezzi dei Three Second Kiss si ha la sensazione di aver sentito tutto, e dopo sette si può anche boccheggiare, sazi come alla fine di un pranzo, ma di fronte alla prospettiva della difficile digestione; tali sono la facondia, la difficoltà e la pesantezza del loro gergo musicale (con la voce, francamente, tanto periferica da essere ininfluente), che ne basta un boccone per convincersi che sono dei musicisti eccezionali, per apprezzarne l’impatto, ma anche per averne abbastanza se non si è nella serata giusta.

Il secondo appuntamento viene invece aperto dai Physique Du Role, un altro gruppo romano Polyester. Purtroppo dobbiamo scusarci con loro, in quanto, proprio quando stavano incominciando a suonare, siamo dovuti accorrere alla chiamata di aiuto di un amico rimasto con l’auto in panne, e quindi ci siamo persi il loro peculiare nu-metal che alcuni dicono essere influenzato dal post punk, associato tanto ai Korn quanto agli Helmet, e persino a realtà inconciliabili come Tool e Afterhours. Ultimi ospiti dell’Init rimangono i Jasmine Shock, catanesi su etichetta Wallace, insieme dalla primavera ’96, inizialmente sotto il nome Youth Against Fascism, pseudonimo che malcela l’influenza dalla scena noise-grunge allora in voga. Primo brano in scaletta ‘One Minute Man’ (se ho capito bene) che, con irriverenza, è dedicato a tutti gli eiaculatori precoci presenti in sala; io preferisco leggerla come un omaggio ad un fantastico gruppo punk/proto-hardcore. Tutto gira intorno alla voce della carismatica frontgirl Flavia, che è capace di strappare l’unico applauso spontaneo che finora si è sentito in questi primi vagiti di Init: la sua inarrivabile imitazione della scimmia ha fatto entusiasmare il pubblico, di solito più freddo e intellettualmente distaccato. La chitarra fulminea del simpaticissimo e nervoso Vonsik è come un trapano, distilla gocce di candeggina ghiacciata, sotto forma di fraseggi psicotici, da un ampli-congelatore Vox. Il basso è squadrato come un monolite di pietra, innescato continuamente da un drumming arricchito da pad elettronici di cui si fa un uso molto interessante. Oltre al riferimento al post punk in genere, e ai Fugazi in particolare, emerge un solo altro nome: Steve Albini (e daje). Direi che la sua influenza in termini di suono e attitudine è davvero palese. Non a caso, quindi, il titolo del un precedente lavoro dei Jasmine Shock (sempre su Wallace) è anche lo stesso di un brano dei Big Black, ovverosia ‘Passing Complexion’. Non finisce qui: sarà scontata, ma l’associazione con i conterranei Uzeda, una delle poche band italiane ad aver registrato proprio con Albini (le altre sono i funambolici Zu, e i succitati Three Second Kiss) la trovo davvero a portata di mano; a voler rimarcare le differenze, i JS mi sembrano possedere uno slancio meno nichilista, sono più spumeggianti e divertenti; di converso, non riescono a raggiungere la stessa tellurica oscurità degli Uzeda (che, per me, restano un spanna sopra anche ai Three Second Kiss). Ironici e freschi lo sono invece senz’altro, e la serata risulta divertente, canzonatoria, allegra. Si percepisce, tuttavia, anche qualcosa di torbido, di viscerale ed uterino, nella loro musica; una trasgressione che, però, mi sembra già ampliamente assimilata, digerita, anche se a fatica, nel corso degli anni. La volontà alternative di stupire li porta infatti, verso la fine, fuori strada, quando passano al “momento poesia introspettiva sulla droga” o quando inscenano un “esperimento sulla comunicazione” in cui il musicisti ripetono una monotonia finché l’Init non grida basta. Rappresentano il tentativo di andare oltre l’intrattenimento, un pretenzioso mezzo per intellettualizzare la prestazione musicale (qualcosa del tipo: “ti sto spiegando un concetto, ma non credo che lo capirai”), a fronte del quale rimango perplesso. Il concerto si chiude, e con esso l’interessante due-giornate proposta dalla Polyester, con un bis il cui rigore ritmico rimanda al 100% agli Shellac. Non ci resta che salutare con grande entusiasmo iniziative come questa, che fanno luce sulla scena indipendente più meritevole, tanto quella nazionale quanto quella, più strettamente locale, di Roma.

Alessandro Bonanni

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