Thrangh + Les:Petits:Enfants/Terriblez @ Zoobar [Roma, 12/Maggio/2007]

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Il tempo passa, cadono i governi, sfioriscono le starlette e, dopo due anni esatti, le formazioni dei Thrangh e dei Les:Petits:Enfants/Terriblez, entrambe forti di due riusciti esordi discografici, condividono nuovamente un palco romano. L’onere di aprire la serata spetta ai bresciani, che soffrono, soprattutto nell’esecuzione dei primi pezzi, la pessima acustica della Maggiolina. Onore ai ragazzi del mixer che nel corso della serata sapranno migliorare notevolmente la qualità dei suoni che escono dagli amplificatori, ma durante la fase iniziale della performance la voce si sente a malapena, sommersa dall’impasto sonoro di basso, chitarre e batteria. A questo si aggiungono alcune sbavature nell’esecuzione dei brani, che nuociono all’esibizione dei LPET. La qualità dei brani proposti rimane comunque elevata: riff assassini alternati a feroci ritornelli costituiscono l’impalcatura di brani ansiosi come “The Day Before The Crash”, “No Martina” e “The Land Of Peaches”, capaci di immergere il pubblico in atmosfere plumbee e nervose per una new wave aggiornata e suonata da una gioventù felicemente sonica. Convince della bontà del quartetto la chiusura, affidata alle cavalcate elettriche del medley “PNX Vol. 2″/”The Cake”.

Una pacca sulle spalle del blasfemo Rockero, qui nei panni ufficiali di organizzatore delle serata, una bibita sgasata e assolutamente analcolica, e oplà, salgono sul palco i Thrangh per riproporre le ormai rodate musicalità di “Erzefilisch”, primo lavoro ufficiale del combo che, per quanto discretamente prodotto, riesce a cogliere solo parzialmente la devastante resa live del gruppo. Impressione confermata anche questa volta, quando sul tappeto sonoro della batteria di Tommaso Moretti, vanno a dialogare l’uno con(tro) l’altro sassofono, chitarra e un basso utilizzato in guisa melodica anziché ritmica. Liquidi fraseggi free, pesanti passaggi metal, urgenti attacchi hardcore, paesaggi sonori cinematografici si rincorrono si intersecano e si confondono, prima di implodere in attimi di momentanea quiete. Nella seconda parte del concerto vengono accantonati momentaneamente gli strumenti succitati per eseguire la formula degli Oklahoma Locomotion: le corde del basso sono martoriate con uno spazzolino da denti elettrico per produrre distorti droni, interrotti dallo stridore di un violino o dalle tondeggianti note del moceño. Il risultato è quello di produrre un suono circolare speziato di echi tribali, per un esperimento tanto interessante sulla carta quanto, alla lunga, tedioso per lo spettatore medio (io), che ha l’impressione di ascoltare gli echi del proprio frigorifero. Ci pensa un ispirato frammento di “Cobra Verde” a rimettere in ordine le cose, conducendoci a rotta di collo verso il delirante crescendo finale. Bravi.

Carlo Fontecedro

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