Thrangh + Les:Petits:Enfants/Terriblez @ Sonica [Roma, 6/Maggio/2005]

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Stasera è una buona occasione. Tra le pareti del locale romano va in onda infatti un interessante accoppiata musicale: i residenti Thrangh ed i bresciani LPET. La non omogeneità del pubblico accorso rende l’atmosfera divertente e particolare. Del resto si sa poco o nulla riguardo i due gruppi ed è per questo che “scendiamo” volentieri in prima linea tra agghindati maggiorenni, flanellati adoratori del metal, ignare fanciulle del venerdì sera, navigati padiglioni auricolari ed i soliti curiosi canuti pronti a disquisire su ataviche questioni tecnico-tattiche. Questa superficiale esegesi per introdurre il quartetto dal moniker francese, che conferma una vecchia quanto sempre valida teoria: la musica è divertimento. I LPET devono averla appresa in fasce oppure nei primi giorni dell’equilibrio motorio. Non ci sono orpelli aggiunti. Facce da superstar. Look e pose scimmiottesche. Un bassista quasi sempre defilato, un chitarrista molto spesso di spalle, un batterista prono sullo strumento ed il cantante/chitarrista posizionato di profilo rispetto al pubblico. Senza chiacchiere. Senza stupida interazione con il pubblico. Senza bisogno di dichiararsi. C’è solo la musica. Un attacco sonoro imprevedibile – sorprendente – che esce anche dalla definizione che il gruppo dà della propria proposta: strobo-dark-wave. Compaiono qua e là, come macchioline di rugiada, richiami alla wave ottantiana. Ma sono solo dettagli. Quando infatti si lasciano andare agli slanci strumentali, catturano e fanno prigionieri. Ci vogliono con loro, a sbattere la testa tra le mura di quella camera spiralata. Un vortice “indie” sgorgato principalmente dalla chitarra. Il cantato in inglese viene alternato in qualche occasione a quello francese, un’altra dimostrazione di gusto e ricerca, che difetta a molti ensemble figli di mamma e papà, ostinatamente ancora alle prese con il “cosa farò da grande”. I LPET hanno imparato che la tecnica è un optional per chi vuole colpire al cuore. Che la masturbazione praticata su di uno strumento non appaga l’anima della gente. Per questo non meritano paragoni musicali con questo o quell’altro nome. Ed è per questo che meritano un circoletto rosso, ben marcato e visibile, intorno al loro.

Capitolo Thrangh. Quando salgono sul palco gli avant-naive il pubblico è assai caldo e propenso al godimento auricolare. Chitarra-sax-basso-batteria compongono il quartetto, proveniente da esperienze di nicchia in ambito locale. L’amore per la sperimentazione avanguardista – uno spiccato senso musicale – un’amalgama invidiabile ed un fragoroso background metallico – compongono il puzzle dei Thrangh. Circa 45′ di set senza sosta. Un viaggio da vivere tutto d’un fiato. Piace sicuramente di più la seconda parte. Appare molto fluida, sicura, varia e cerebrale. Perfetti nell’esecuzione, si distinguono anche loro per la quasi totale assenza di partecipazione con l’audience (che nel frattempo si è fatta scalmanata oltre modo e poco ricettiva – sarà colpa della flanella o di quel maledetto fumo lecito?). Un crescendo rossiniano che mette in luce quanto nell’ombra abbiano pesato gli amori per Zorn e Patton, ma che nulla tolgono alla capacità autorale e musicale dei nostri. Tutti gli altri dovrebbero imparare da questo atipico venerdì sera. In una città confinata ai margini, per colpa di scarso coraggio e scarsa competenza, questo 6 maggio dimostra come il Sonica, i Thrangh, i LPET e tutti quelli che hanno lavorato dietro le quinte, abbiano finalmente assestato un bel calcio su per il culo all’opulenza.

Emanuele Tamagnini