Thrangh @ Alpheus [Roma, 18/Dicembre/2005]

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Nell’ambito dell’ormai consolidata rassegna [Questa E’ Roma, Mica…] organizzata dalla joint venture tra Kick Promotion Agency e Hellnation, abbiamo un’ulteriore occasione per testare la nostra band capitolina preferita dell’anno: i Thrangh. L’atmosfera dell’Alpheus è piacevole, è una domenica fredda, e finalmente all’interno del locale si può respirare la tranquillità altrimenti messa a repentaglio dal furore del laido mercimonio natalizio. All’interno colorati stand sono autentica calamita per i convenuti all’happening, un pubblico come sempre vario e scalmanato, che ha risposto ottimamente alla lunga serata della rassegna iniziata nel tardo pomeriggio. Quando io e l’inseparabile Aguirre arriviamo con la nerd mobile sul palco si stanno esibendo gli Ardecore. Giampaolo Felici – accompagnato dagli Zu – nella personalissima rivisitazione del repertorio della Roma degli stornelli. E’ ormai un ensemble affiatato che con professionalità e simpatia tiene il palco coinvolgendo i presenti che ricambiano generosamente. In una scaletta che prevede principalmente gruppi hardcore e deviazioni limitrofe, i Thrangh sono il break necessario per decomprimere le pulsazioni cardiache. Questa recensione non vuole essere un dettagliato resoconto tecnico (non ci interessa), neanche la stucchevole lista di ogni brano presentato (pratica giornalistica vetusta e con non interessa più a un cazzo di nessuno) ma solo l’esaltazione convinta di un quartetto che dopo un anno di vita (ora in più ora in meno) ha raggiunto la propria fifth dimension. Quante volte nel linguaggio musicale avete trovato la similitudine di una band con un “treno”?. Quel gruppo tira come un treno. E’ un suono diretto come un treno… e bla bla bla. Io credo centinaia di volte. Aspettate perchè io sarò il 101esimo. Ma sono i Thrangh a decodificare il loro suono e a paragonarlo ad un convoglio su rotaie. Lo fanno in modo naturale quando iniziano la trance. Seppur solo con un quarto d’ora a disposizione (ma chi lo ha detto che la distanza breve non sia la vera anima dei quattro?) riescono in maniera magistrale a compiere il proprio viaggio che terminerà – come sempre – con l’urlo primordiale del chitarrista Jimbo. Il treno parte. Con lentezza. Rumori metallici sempre più intensi. Prende velocità per raggiungere il suo unico scopo: arrivare a destinazione. Non può avere ostacoli. L’avanguardia nella quale sguazzano i nostri è puro liquido amniotico. Il treno rallenta. Ecco le curve. Sbuffa e sferraglia. Siamo cullati dal movimento. Non c’è scampo. Non si scende. Il buio della galleria è paradossalmente una luce. In fondo c’è quel puntino bianco. Il viaggio è finito. I Thrangh fanno scendere i passeggeri. Applausi convinti. Basta cazzate è il fischio alla stazione centrale. Che siano amici non ce ne frega un cazzo. Ci interessa farVI sapere che questi ragazzi sono grandi. Speriamo che qualcuno raccolga l’eco del loro talento. Che il castigo sia con voi.

Emanuele Tamagnini

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