This Will Destroy You @ Traffic [Roma, 18/Aprile/2008]

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Sono da poco passate le 23 quando inizio la mia discesa nei sotterranei del Traffic. Discesa che diversamente da altre volte richiederà partcolare arguzia, in quanto il locale è stracolmo e la gente si ammassa sulle scalette. Dammi la mano, che sennò ci perdiamo. E così sguscio tra corpi, panze e felpe degli Iron Maiden verso il basso, riuscendo a guadagnare una nient’affatto disdicevole ultima fila. La visuale è azzerata dai giganti presenti in sala, ma poco importa in questi casi. Infatti la maggior parte del concerto la seguirò ad occhi chiusi, lasciando che siano le note dei due gruppi protagonisti a cullarmi, scuotermi, isolarmi ed emozionarmi. I Tomydeepestego hanno iniziato da pochi minuti. Arrivo sulle note finali del loro brano d’apertura. Peccato, penso tra me e me. Già, perché questo è un gruppo del quale non vorresti andasse perduta nemmeno una nota. E non mi importa se c’è chi li accusa di essere derivativi, addirittura approssimativi, definendoli con l’odioso (almeno in questo caso) “vorrebbero, ma non possono”. Se è vero che i riferimenti ai tanto citati gruppi della scena post si sentono, e gli stessi Tomydeepestego non ne fanno di certo mistero, bisogna anche prendere atto della loro abilità nel mischiare insieme i diversi riferimenti, sputando fuori dagli amplificatori melodie che sì, è vero, ricordano i Red Sparowes; riff che sembrano appartenere ad Isis o Neurosis; ritmiche dettate dal metronomo dei Pelican; arpeggi bagnati dalla pioggia “glasgowiana” dei Mogwai, ma che a sentir bene sono altro da tutto ciò. E il set, breve, brevissimo, di questa sera non fa che confermare questa mia convinzione: i Tomydeepestego suonano come i Tomydeepestego. Punto. E se convincono anche il buon Simone Serra all’acquisto del loro sorprendente debutto ‘Odyssea’, allora evidentemente non sono l’unico a pensarla così.

La pausa tra un set e l’altro non dà luogo all’effetto sperato, ovverosia l’ascesa al bar di molti tra i presenti per far rifornimento di mosto di malto aromatizzato al luppolo, e così alla possibilità di conquistarsi un posto tra le file più avanzate. Riesco però a raggiungere la folta rappresentanza nerdica, composta dal già citato Simone Serra, l’onnipresente Natale, il taciturno Gherardi, la rossa Mary, e l’indispensabile Dottor La Furia. Da buone pecore rosse i nostri occupano la zona antistante i bagni, dalla quale però si ha una visuale migliore del palco (si vedono le teste dei musicisti!) e una ottima dei tavolini con il merchandise. Giusto il tempo di scambiare un saluto, lamentarsi della temperatura da girone infernale, che i texani This Will Destroy You salgono sul palco, iniziando il loro set. La partenza non è delle più entusiasmanti, ma è solo un’impressione che mi abbandona immediatamente. La loro musica prende via via forma, innalzando un muro granitico di suono che il più delle volte viene abbattuto sul finale da raffiche di tornado e vere e proprie rasoiate distorte. Del resto non poteva essere altrimenti, considerando il nome profetico. Vedere i quattro americani all’opera è un vero piacere, soprattutto nei momenti più intensi delle loro composizioni, quando le torture che i loro strumenti sono costretti a subire si trasformano in vere e proprie scariche di piacere per il pubblico. In loro è forte la somiglianza con i conterranei Explosions In The Sky, soprattutto per il largo uso che fanno di linee di chitarra continue e tremolanti, e le caratteristiche rullate stile marcia militare. Eppure, nonostante lo schema sia quello già collaudato più e più volte, i TWDY riescono ad emozionare, regalandoci un concerto che nella sua essenzialità ha il suo punto di forza. Poco più di tre quarti d’ora (gli ultimi minuti da soli valgono l’acquisto del biglietto) bastano a lasciarci soddisfatti e a salutarli con un “arrivederci a presto”.

Emanuele Avvisati

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