This Will Destroy You @ Circolo degli Artisti [Roma, 24/Settembre/2014]

855

In un eventuale trattato sociologico sul rapporto tra la piazza romana e la musica, meriterebbe un capitolo a parte l’interessante e per certi versi sorprendente affezione capitolina per il post-rock. A distanza di dieci giorni l’uno dall’altro, i concerti dei God Is An Astronaut e dei This Will Destroy You hanno riscosso un incredibile successo di presenze, soprattutto se paragonato ai numeri fatti di questi tempi da altri artisti nelle medesime venue. Se per i secondi, poi, la distanza dall’ultimo show a Roma era di ben tre anni, per i primi i passaggi in Capitale sono stati molto più frequenti. Che dall’uscita di ‘Spirit Of Eden’, di ‘Spiderland’ o di ‘Mogwai Young Team’ i romani non siano più ripresi? Resta il fatto che, mentre nel giardino del Circolo degli Artisti un foltissimo gruppo di romanisti supportava la propria squadra nella vittoria all’ultimo minuto in trasferta contro il Parma, un altrettanto nutrito parterre accoglieva sul palco i Lymbyc Systym. Nei quaranta minuti a propria disposizione, il duo composto dai fratelli Jared e Michael Bell ben impressiona, grazie al suo post-rock fortemente contaminato di elettronica. Una proposta fresca e dinamica che riesce a trovare una via personale lungo gli stilemi più classici del genere. Sull’ultimissima parte della scaletta, i due ragazzi dell’Arizona vengono raggiunti sul palco da tre quarti dei This Will Destroy You, coi quali non solo hanno condiviso quest’ultimo tour ma hanno anche più volte intrecciato il proprio percorso nel corso della carriera (vedi lo split ‘Field Studies’, da cui i pezzi eseguiti sono appunto tratti). Il favore verrà poi ricambiato quando, durante il concerto dei texani, i Bell supporteranno l’esecuzione di ‘Invitation’. Se quindi i Lymbyc Systym confermano nuovamente di essere un progetto di ottima caratura, lo show dei This Will Destroy You attesta nuovamente la band di San Marcos ad alti livelli. Reduci dal freschissimo ritorno in pista con ‘Another Language’, pubblicato il 12 settembre, i quattro si presentano al caloroso pubblico del Circolo con ‘Dustism’. Sullo sfondo viene proiettato lo stesso breve video in loop. Con una maggiore varietà anche il lato visual potrebbe recitare un ruolo importante nell’esibizione ma, viste le suggestioni emotive che i texani riescono a creare semplicemente suonando i propri strumenti, è un aspetto che può restare ben volentieri in secondo piano. D’altronde, è soprattutto nella dimensione live che il post-rock multisfaccettato dei This Will Destroy You assume una deflagrante carica immaginifica. Le chitarre di Galindo e King duettano armoniosamente, mentre il basso di Dono rappresenta l’elemento più groovy della partita. Su tutti, è il batterista Alex Bhore a conquistare: anche il suo drumming teso, vario e dinamitardo è il quid pluris che piazza i texani su un piedistallo rispetto ai tanti gregari del genere. Il concerto si dipana come una lunga armoniosa sinfonia interrotta soltanto dagli scroscianti applausi dei presenti, i quali accolgono con la medesima foga sia i nuovissimi estratti sia i brani degli album precedenti della carriera. Chris King prende la parola verso la fine dell’esibizione, ringraziando gli astanti e congratulandosi con i romanisti per il pregevole calcio di punizione di Pjanic: vi lasciamo immaginare l’esaltata reazione del pubblico. Ci sono concerti in cui pretendere i bis è inevitabile, altri in cui invece il ritorno sul palco della band rischia di essere un semplice addendum rispetto a quanto già meravigliosamente espresso nel corso della scaletta “tradizionale”. Sul momento, verrebbe da collocare lo show dei This Will Destroy You tra i secondi: quel breve break tra il concerto e i bis potrebbe essere un saliscendi emotivo fatale. Quando i quattro tornano sul palco ed eseguono la sola ‘Quiet’, però, basta poco per cambiare idea e accorgersi di come un così pregevole tassello possa completare un mosaico di incredibile fattura. I lampi accecanti che precedevano il concerto, creando un’atmosfera ideale per l’esibizione, si sono trasformati in pioggia all’uscita dalla sala. Persi ancora tra le note dei texani, probabilmente tra i presenti non se ne sarà accorto nessuno.

Livio Ghilardi

2 COMMENTS

  1. sinceramente, anche impegnandomi, non sono riuscito a trovare esaltazione ascoltando una “telecaster” che fatica ad uscire da un’ottava… io credo che questo sia il “post rock” da evitare, o comunque da non ascoltare piu’ di 4 canzoni in fila.

  2. diciamo che a Roma è un genere che sta esplodendo negli ultimi 3-4 anni…. nel 2003, tempi in cui il genere era già logoro, si era in pochissimi ad ascoltarlo e i live si fermavano a firenze il piu’ delle volte.Misteri della capitale.

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here