This Is Not This Heat @ Barbican [Londra, 4/Marzo/2017]

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Più di una reunion o un semplice tributo: una trasfigurazione, una rielaborazione del passato proiettata al futuro, una sontuosa raccolti di frutti seminati con cura oltre 40 anni fa. Ci avevano già provato nel 2001 Charles Hayward, Charles Bullen e Gareth Williams a riavviare quella fantastica macchina chiamata This Heat, costruita un quarto di secolo prima dalle parti di Camberwell e messa poi a punto in una ex cella frigorifera di Brixton opportunamente convertita in studio di registrazione, per poi venire parcheggiata in garage dopo una parabola lunga poco più di un lustro. Agli albori del nuovo millennio, ci si mise però di mezzo il destino, con una malattia che si portò via Edwards alla fine di quello stesso mese di prove a impedire il riavvio. Negli anni successivi, in mezzo a miriadi di collaborazioni in solitaria dei due Charles, il nome This Heat sarebbe rispuntato qualche anno più tardi per un prezioso box celebrativo, ‘Out of Cold Storage’ a ricordare proprio quella singolare sala prove, comprendente l’opera omnia della band e tale  da riaccendere l’interesse verso un gruppo enorme, punto di riferimento per frotte di band dai background più disparati vista la multiforme proposta di post-punk, art rock e sperimentazione, ma forse e ingiustamente caduto nel dimenticatoio.

Con la “rinascita” del vinile e un salto di quasi dieci anni più in là, ci avrebbe pensato la ottima Light In The Attic a ridar lustro alla parte più importante della loro produzione in pregiati 33 giri: ‘This Heat’, ‘Deceit’ e l’EP ‘Health & Efficiency’ ritornano così sugli scudi alle fine del 2015, preludio ad un annuncio clamoroso di due serate live al Café Oto di Londra, vera mecca per i cultori di suoni poco convenzionali, per celebrare i 40 anni dal primo concerto del trio seppur con una ragione sociale che mette in chiaro come non siano “esattamente i This Heat o almeno non solo: a sostituire Williams viene coinvolta mezza dozzina di musicisti compreso quel Thurston Moore che dopo la fine dei Sonic Youth ha pensato bene di trasferirsi proprio nella capitale inglese, per giunta a poca distanza dallo stesso locale dove è quasi presenza fissa,  e di cimentarsi in diverse collaborazioni con Charles Hayward con cui si è esibito pure a Reggio Emilia agli inizi di febbraio scorso. Per quello che sembrava un ritorno impossibile, biglietti polverizzati nel giro di poche ore e l’impressione di una (magnifica, a giudicare articoli e report vari) prova generale invece di un’unica occasione “one shot”. A supportare tale ipotesi arriva l’annuncio di altre due date, una al rinato e di lì a poco definitivamente rimorto, con sommo dispiacere, ATP Festival e un’altra data londinese appena prima dell’estate. Tuttavia, i piani saltano a causa di un infortunio al piede per Hayward. Un anno dopo, finalmente, il concerto previsto viene recuperato e, nel frattempo, nuove date su differenti palchi d’Europa vedranno protagonisti i superstiti Hayward e Bullen assieme a un ensemble stellare, tale è stato almeno quello visto al Barbican, con formazione perfino più allargata rispetto alle serate al Cafè Oto.

Andiamo con ordine: è periodo di celebrazioni anche nella City proprio per la sede del concerto, centro multifunzionale dedicato alle varie arti ed espressione dell’architettura brutalista che proprio il giorno prima ha compiuto 35 anni. Un strano imprevisto con i biglietti e relativi posti prenotati, risolto comunque in maniera magistrale, non scalfisce minimamente la serata che si apre come da programma con un set in solitaria di Charles Hayward, una breve esecuzione al piano minimale e sofferta, seguita da una performance dissacrante che lo vedrà andarsene in giro per il palco spingendo un passeggino con alcune casse e dei barattoli di metallo, fatti rotolare uno alla volta tra declamazioni a piena voce, grave e sgraziata quanto magnetica, e ancora meno accenni di piano e armonica. A seguire, la visione del corto “The Black Tower”, film avantgarde del 1987 di John Smith, già autore di video e spezzoni utilizzati nei concerti dai This Heat, prima dell’altro solo set  di Charles Bullen, più meditativo e intrippante, fra reiterazioni dilatate di xylofono e indecifrabili percussioni: in generale, due momenti che rappresentano idealmente la differenza di personalità e ricerche dei due protagonisti e, allo stesso modo, evidenziano la comunione d’intenti nel voler sfuggire a regole non scritte, anzi a riscriverle e ad inventarne di nuove, nuovi linguaggi e soluzioni ancorché astratti o difficili.

Una piccola pausa è il preludio al concerto vero e proprio mentre le casse diffondono ‘Testcard’, il (non) pezzo composto unicamente da tape noise che apriva e chiudeva l’omonimo album di esordio dei This Heat, intanto i musicisti accordano gli strumenti e prendono posto: c’è il loro vecchio compare Chris Cutler dietro a diverse percussioni elettroniche, c’è Daniel O’Sullivan già tellurico bassista per Ulver, Sunn O))) e El Guapo in mezzo alle due batterie di Hayward e Frank Byng, c’è John Edwards al contrabbasso e un parterre di musicisti che si alterneranno tra vari strumenti, tra cui un bel numero di chitarre ad aggiungersi a quella di Bullen: James Sedwards dei Chrome Hoof e già con lo stesso Thurston Moore, Alexis Taylor degli Hot Chip, Alex Ward mentre Merlin Nova a violino e tastiere  contribuirà anche alle parti vocali, assieme a un trio di coriste che entreranno in scena poco dopo.

Proprio seguendo la tracklist di ‘This Heat’, vengono proposte in apertura ‘Horizontal Hold’ e ‘Not Waving’ e si capisce che le premesse sono rispettate in pieno: complici suoni e volumi frutto di attento lavoro degli ingegneri del suono, la musica dei This Heat viene riproposta in maniera orchestral-elettrica, aggiungendo variegate sfumature e aprendo finestre su nuovi mondi. ‘The Fall Of Saigon’ è perla corale di rara bellezza che eleva l’atmosfera sepolcrale sulla triste fine del simbolico gatto Soda a sinfonia futurista. Se art rock ha mai avuto una definizione, questa è nello spettacolo di un collettivo diretto idealmente da Hayward, pur seminascosto ma sorretto da un’energia e un’urgenza incrollabili, con un mix di suoni nervosi effettati e mutuati soprattutto dagli strumenti classici, particolarmente da un monumentale Ward al clarinetto. Per ‘SPQR’, sale sul palco finalmente anche Thurston Moore e il risultato è una delle esperienze davvero più soniche mai vissute: un muro di chitarre e voci sovrapposte attualizzano tanto il post punk quanto il messaggio politico di “Deceit”. Così suonano nuove e vere in ogni senso possibile ‘Cenotaph’, ‘Indipendence’e la nenia di ‘Sleep’ che sembra chiudere il discorso. Invece, il finale prevede l’esecuzione di ’24 Track Loop’, brano mai eseguito dai This Heat per via dell’impossibilità di proporlo dal vivo ai tempi: come non approfittarne dunque di una big band del genere? Un astronave al decollo tra laggi laser verdi, beat elettronici primordiali aggiornati al nuovo millennio tra nastri, marchio di fabbrica della band madre, e invenzioni noise. L’ultimo tassello è ‘Health & Efficiency’ dove il breve inciso ripetuto per diversi minuti nella versione originale diventa occasione per far sfogare le voglie dei musicisti per quella che diventa una jam elettrica/elettronica in apparente libertà e sperimentazione, orgoglioso banco di prova soprattutto per chi, sul palco, era appena un bambino o magari neanche era nato ai tempi dei This Heat ma ne ha assorbito spirito, insegnamenti, voglia di osare e abbattere barriere e convenzioni non solo sonore. Una serata memorabile, This Is Not (Just) This Heat.

Pierdomenico Apruzzese

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3 COMMENTS

  1. Prego! Probabile, se ne parlava mi pare già per le date del Cafe Oto, questo sarà senz’altro girato meglio…oppure una trasmissione su canali tipo arte.tv, boh. Qualcosa spero uscirà fuori.

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