Thee Silver Mt. Zion @ Spazio 211 [Torino, 25/Ottobre/2008]

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Le due violiniste ai lati del palco fungono da Coro Greco. Al centro, la Grand’Operà, la Tragedia mitteleuropea dei Thee Silver Mt. Zion: più che un concerto, una sontuosa mise en scene. “We’re going to do it quickly tonight – esordiscono – cause we are opening for the disco”. Difficile immaginare un aperitivo più indigesto a chi attende l’una di notte soltanto per sculettare un po’. La suite iniziale ‘1.000.000 Dies To Make This Song’ lascia infatti ben poco spazio alle danze, è tutta un groviglio di tensioni fra cinque strumenti che hanno percorso strade e tradizioni diverse e ora che sono giunti qui si studiano a vicenda, si incrociano, si fronteggiano l’uno con l’altro, si uniscono e si separano di nuovo, uno per ogni angolo del palcoscenico. Traghettate in dimensione live senza tradire una nota che è una, le lungaggini da disco pesano assai meno, specie quando si è disposti a seguirne la crescita come si trattasse di tante piccole sinfonie cinematografiche. C’è l’introduzione dall’atmosfera soffusa, l’acme romantica, le sequenze dinamiche della corsa all’inseguimento, il pathos dell’azione e poi di nuovo i toni dimessi sui titoli di coda di ‘There’s A Light’. Fino ad allora la tensione è stata tanto alta che solo un criminale o un genio potevano di pensare di romperla con le parole: e in effetti quando un paio di vandali dal pubblico avranno la bella pensata di levare schiamazzi e applausi totalmente fuori luogo, Menuck  (il genio) coglierà l’occasione al volo per fare un po’ di conversazione. L’alternanza fra dramma e cazzeggio sembra apprezzata e vale al sestetto-oggi-quintetto un encore a furor di popolo: encore che, visti i tempi lunghi dei canadesi (minimo quindici minuti a brano), è destinato a sforare pesantemente sulla tabella di marcia. Fa niente, con buona pace di tutti i tonymanero, quando la cultura è di scena, la disco può attendere. Fuck dance, let’s art!

Simone Dotto

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