Thee Oh Sees @ Circolo Magnolia [Milano, 11/Giugno/2012]

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Ho avuto modo di apprezzarli già a dicembre 2010 durante l’All Tomorrow’s Parties di Minehead (UK). Questo è quanto veniva scritto nero su bianco da Chris Bamert (e sottoscritto da me) alla fine di una tre giorni di musica senza tregua (leggi): ”Ormai siamo tutti stravolti, sono quasi le 2 del mattino e i timpani di tutti sono ormai al limite […]. Comunque sia sono stati il gruppo più adrenalinico dell’intero festival spremendo le ultime forze residue a tutti i presenti. […]. Visto l’entusiasmo dei presenti almeno nel Regno Unito sembrano essere in rampa di lancio verso un successo di una discreta portata. Il resto d’Europa probabilmente seguirà a ruota (5/5)”. Un giudizio profetico che, dopo un anno e mezzo, viene ancora confermato oltre che dal sottoscritto anche dal pubblico che li segue sempre con molta più attenzione. Non a caso, per questo tour 2012, la band toccherà ben cinque città italiane. Un proliferare di album, nove all’attivo, che per certi versi mantengono lo stesso germe originario, il garage-punk più viscerale, che solo con ‘Castlemania’ sembra esser stato leggermente messo da parte, ma non per molto visto che stasera i Thee Oh Sees ci propongono anche pezzi nuovi tratti dall’ultimo ed appena annunciato nuovo album ‘Putrifiers II’ che uscirà l’11 settembre per la solita In The Red.

Lo si capisce subito. Non conosco con esattezza tutti i pezzi, lo ammetto. Ma alcuni mi suonano veramente nuovi. Una cosa si può dire: con questa nuova uscita i Thee Oh Sees fanno un carpiato all’indietro e si riposizionano sugli esordi più adrenalinici e impetuosi che rappresentano il loro indubbio biglietto da visita. La loro carica di energia si abbatte su di noi a partire dal primo pezzo, ‘The Dream’, un mantra martellante che annichilisce e sfinisce prima di ‘Crack In Your Eye’ che prosegue il riff dominante in maniera più lenta e suadente. Riusciamo a riprendiamo fiato con pezzi come ‘I Was Denied’ (che se non fosse eseguita da una band californiana, sembrerebbe un pezzo tratto dalla crema musicale mood) o ‘Robber Barons’. Stop-and-go. ‘Dead Energy’ fa librare qualcuno in aria in direzione delle transenne. Il surfin’ viene sostenuto pure dalla wrayiana ‘Tidal Wave’. Le chitarre ascellari di Dwyer, riempiono tutte le incertezze di pezzi sincopati e tamburellati dalla indomita batteria di Shoun, posta al centro del palco, e dall’altra chitarra, quella di Dammit, usata a mo’ di basso. La voce sussurrata della bella e sorridente Dawson, a volte sottolinea e dilata i fraseggi di Dwyer, come una eco lontano e riverberato, a volte smussa i suoi ululati rigonfi di delay. Per il resto, solo sudore (quello dei Thee Oh Sees) e nervi tesi (i miei) che hanno improvvisamente ricominciato a pulsare dopo aver provato tanta noia nel vedere così tanti gruppi “pettinati” e privi di spirito r’n’r che solcano palchi aridi di fronte ad un pubblico troppo accondiscendente.

Andrea Rocca