Thee Hypnotics @ Monk [Roma, 22/Settembre/2018]

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È proprio vero. Gli Hypnotics al lumicino di quegli anni ’80 furono un’autentica rivelazione. Una nuova gioventù sonica sbocciata nel bel mezzo del ciclone alternative rock. Ma i totem da venerare per i nostri protagonisti avevano abitato tutti tra Detroit e la California. L’incesto perfetto tra la rivoluzione eruttata da Stooges/MC5 con alle spalle la psichedelia drogata dei Doors più visionari. Attenzione! Perchè i quasi 15 anni di storia della band inglese, sono stati un’eccellenza a cinque stelle. Riuscirono infatti da subito a farsi adorare dai pezzi grossi proprio laggiù negli States. Jim Jones e Ray Hanson, due Irish Londoners “purosangue”, che nella prima metà degli ’80 sono coinvolti e folgorati dal lipstick dei New York Dolls, dall’attitudine da beautiful looser di Johnny Thunders, dai Cramps, dai Dead Boys, da quel mondo sguaiato, sconvolto, urgente. Il primo show quasi a metà 1986, poi il primo singolo con quella foto così fottutamente Stooges opera di Dave Arnoff che aveva già immortalato The Scientists e proprio The Cramps. Gli esordi della band non sono inquadrabili. Inseriti infatti nella sottocultura delle Midlands chiamata “grebo” (termine slang usato per indicare i bikers e i fan del rock dai capelli lunghi e diciamo così… poco curati) insieme a CrazyheadPop Will Eat Itself e soprattutto Gaye Bikers On Acid, quanto nella scena garage revivalista e in quella della psichedelia tossica di Spacemen 3 e Loop. Poco importa. La strada è pronta. Sono la prima formazione UK a firmare per la Sub Pop che pubblica ‘Live’r Than God!’. La miccia viene accesa l’anno seguente (1990) grazie a ‘Come Down Heavy’ mixato dal guru Jack Endino (ospiti Phil May e Dick Taylor dei Pretty Things). Troverete scritto proprio così: “Seattle diventa per gli Hypnotics la loro seconda casa”. Tad Doyle e Mark Arm sono ormai grandi amici e il ritorno in UK è trionfale. Show con i Cramps, il Reading, e poi USA con Mudhoney, Screaming Trees, Tad e Smashing Pumpkins. L’adorazione è dichiarata da parte di gente come Thurston Moore, pezzi dei Pearl Jam e quel Chris Robinson (produrrà lo sfortunato ‘The Very Crystal Speed Machine’) che poi li vorrà per il tour con i Black Crowes così come Ian Astbury che nel 1991 li chiamerà per completare il “Ceremonial Stomp Tour” dei Cult. Ed è proprio in quell’anno che il sottoscritto – allora ventenne – li vide in un concerto memorabile il 9 novembre al Tendastrisce di Roma, loro che a Roma c’erano stati anche qualche mese prima all’Evolution. ‘Soul, Glitter & Sin’ il secondo disco e due anni dopo il già citato epitaffio discografico (un ritorno ai ’70 minato dai problemi di label, vedi passaggio da Beggars Banquet a American Recordings) quando il nutrito gruppo di fan eccellenti vanta ormai anche personaggi come Johnny DeppHarry Dean Stanton e Cher. Ultimo singolo ‘Earth Blues 99/Thing 4 U’ nel 1997 e due anni dopo lo split. Il solo Jim Jones successivamente ha provato a trovare fortuna con più o meno riuscite smanie artistiche chiamate Black MosesThe Jim Jones Revue Jim Jones and the Righteous Mind, fino all’annuncio improvviso delle reunion avvenuto nel gennaio 2018. Partecipazioni a festival estivi (compresa la tappa al Beat di Salsomaggiore) e un breve tour da consumarsi sull’onda dell’ultimo caldo settembrino.

Jim JonesRay HansonPhil Smith e Jeremy Cottingham entrano in scena davanti ad un diradato quanto gagliardo pubblico mai domo, mai. Gli anni hanno agito in maniera impietosa su 2/4 della band, sono più esteticamente “grebo” oggi che agli esordi, soprattutto il chitarrista Ray Hanson incrocio riuscito tra Dave Wyndorf e Zodiac Mindwarp, già alticcio, fuori fuoco e senza bussola fin dalle prime note. Ma è tutto giusto così. L’attitudine perfetta per un sabato senza fissa dimora. ‘Soul Trader’ rompe tutto, indugi, ghiaccio, timidezze. Il fantasma degli Stooges, una delle più grandi band dell’umanità, si manifesta quasi fisicamente. Jim Jones, forse lui la vera sorpresa, tiene botta con la voce, mai una flessione, sempre col cuore e col mestiere, con l’anima. Controlla più volte l’operato dell’indemoniato Hanson, intento a roteare e maneggiare la chitarra come fosse avvolta dalle fiamme. Sudore da ‘Heavy Liquid’, presentazione, ricordi dell’Italia e di Roma, il sabato sera, incitamenti, smorfie. Abrasioni, psichedelia a cazzo duro (non quella trendy che ha imbottigliato e obnubilato le menti negli ultimi tempi sbiaditi), MC5, rock’n’roll sudicio, violento, rigurgiti garage, la California acida. Poi nel mezzo del set un paio di brani-pausa, tra il volume degli ampli di Hanson sparati fuori giri e concessioni troppo soft che fanno presagire un’ultima parte di show non proprio all’altezza. Fortunatamente i quattro inglesi si riprendono pigiando polvere da sparo su per il palco, passando vernice col rullo, infischiandosene del mondo. ‘Shakedown’ è perversione totale. La conclusiva e diluita ‘Justice In Freedom’ è il saluto di una band rediviva, semi-integra, testimone di un breve periodo, di una nicchia, di una rivoluzione nella rivelazione di un’epoca. Probabilmente l’ultima che abbia veramente lasciato qualcosa di grande alle generazioni successive. Non c’è finzione. Nessuna.

Emanuele Tamagnini

Foto dell’autore.