The Young Gods @ Circolo degli Artisti [Roma, 18/Ottobre/2007]

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E adesso di cosa dovremmo parlare? Cos’altro c’è rimasto? Che cosa dovremmo volere ancora? Volete che vi parli dell’andamento della borsa di Tokyo? Dell’arrivo del freddo? Delle multe pazze? Del traffico? Del problema delle labbra screpolate? NO. Proverò a descrivere la mostruosa grandezza degli Young Gods. Assoluta grandezza.

A dispetto della lieve pioggia caduta durante il giorno la temperatura è mite abbondante. La notte è alle porte ma stavolta è calda compagna. La notte del seminale trio ginevrino. A supporto del fantastico colpo di coda “Super Ready/Fragmenté”. A supporto di una classe infinita. Un carisma prima fisico che sonoro. Una potenza inaudita. Un’esperienza irripetibile. Ribadisco irripetibile senza enfasi alcuna. Rispetto a Michael Gira si contano alcune unità in meno nella sala del club ma alcuni volti sono gli stessi. E l’età media mi rinfranca: è alta. Del resto questi signori hanno unito le proprie forze nel lontano 1985 (l’attuale line-up è invece completata nel 1997 con l’arrivo del batterista Bernard Trontin). Hanno avuto gli onori di una pletora di artisti di diversa estrazione. Gli Young Gods sono pionieri. Scenziati pazzi. Terroristi. Senza le loro alchimie – che prendono origine dal punk più abrasivo, dal post punk più compulsivo, dalla new wave più cupa -, oggi (ad esempio) i “fratelli chimici” sarebbero solo dei “fratelli comici”. Oggi probabilmente Al Jourgensen sarebbe titolare di un negozio di ferramenta (i Ministry hanno si iniziato cronologicamente prima ma provate a sentire i primi due album!). Oggi Trent Reznor sarebbe un personal trainer di una lussuosa palestra. Oggi Maynard James Keenan raccoglierebbe qualche spiccio agli angoli delle strade esibendosi, pitturato d’oro, nella più immobile delle sfingi. Oggi persino Mike Patton sarebbe un qualunque commesso in una catena di negozi di dischi a prezzo medio-alto. Oggi Kurt Weill sarebbe orgoglioso di loro. Oggi si ricorda sempre la dichiarazione di David Bowie che alla domanda se per “Outside” fosse stato influenzato dai NIN rispose: “No. I was influenced by a swiss band called The Young Gods”. Tutto chiaro no?

Alle 22.30 il fragore è già overpowered. A sinistra, rialzata, la batteria dell’uomo macchina Trontin (una via di mezzo tra un Bon Jovi palestrato e un boscaiolo della foresta nera), al centro il fuoriclasse Franz “Muse” Treichle, a destra Alain “Comet” Monod (sosia dell’attore hongkonghese Anthony Wong) a manipolare il suono con la sua micidiale tastiera Akai. Niente scenografie. Niente colori. Solo le luci che impazziscono di gioia ad ogni assalto che assestano questi DEI. Treichle – con un maglioncino aderente nero – è nelle movenze un sinuoso incantatore di folle. La gestualità delle mani. La danza sciamanica. La voce riflessa. Lo rendono spettacolo nello spettacolo. Integri. Propongono, com’era logico, quasi tutto l’ultimo album. Che dal vivo è ancora più ipnotico e avvolgente rispetto ai solchi ottici. Un’orgia demolente. Che ben presto assume i lineamenti di un rave. Chirurgici ma non algidi. Perfetti ma non gelidi. Macchina da decibel. In sala nessuno. E ribadisco nessuno, rimane fermo. Anche i più attempati (come il vecchio, stiloso, Hemingway che mi gusto alla mia destra) devono per forza muovere qualcosa. Sia la testa ad onda, sia il bacino, siano le gambe come un altro incredibile astante che per tutto il tempo danza in versione orsacchiotto Duracell calato in piena estasi sensoriale. L’asta del microfono di Treichle emana luce. Una lampada alla base ed un’altra più piccola all’impugnatura permettono al frontman (tra i più grandi visti negli ultimi anni) di usarla come puntatore. Soprattutto quando sul finire di “El Magnifico” il testo recita: “and the winner is… and the winner is…”. Ecco che il giovane Dio cerca tra il pubblico il vincitore da incoronare. Dopo un’ora di estasi totale si prendono un brevissimo break. Sorridono, ringraziano e Monod per uscire inscena un ballettino egizio. Tornano con una parte di set meno dirompente e più cerebrale. In due occasioni Treichle imbraccia la chitarra elettrica per dare maggiore spessore tonale all’atmosfera. Poi ancora quelle mani. Quel piroettare nel buio. Quando riemergono per il vero bis è la fine sulla title track di “Super Ready/Fragmenté”. Un’altra spinta neuronica. Di nuovo al centro del palco. Ancora sorrisi. E l’inchino sincronizzato con l’ultima nota distorta della chitarra. Una droga. Un lampo. L’ultima Apocalisse. Immensi. Come gli occhi della (mia) notte.

Emanuele Tamagnini

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