The Winstons w/ Richard Sinclair + Kawamura Gun @ Angelo Mai [Roma, 1/Aprile/2017]

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A un anno dal debutto sullo stesso palco e a pochi mesi dal set da headliner per la prima serata del Rome Psych Fest, riecco il trio-divertissement autore di uno dei più bei dischi del 2016, pregevole tributo alle sonorità prog britanniche anni’60 rivisitate con gusto, affetto e piglio da tre musicisti del calibro (35) di Enrico Gabrielli, fresco di tour anche con PJ Harvey, Roberto Dell’Era appena rientrato dal nuovo tour degli Afterhours e Lino Gitto. Per rendere la serata all’Angelo Mai davvero singolare, i tre hanno pensato bene di coinvolgere per l’occasione proprio uno degli esponenti di quella scuola prog di Canterbury omaggiata nel disco, Richard Sinclair, bassista, autore e cantante di Caravan, Camel e Hatfield and The North, questi ultimi tra l’altro autori di quel ‘The Rotters’ Club’ che avrebbe dato il titolo a un famoso libro di Jonathan Coe, nonché da oltre dieci anni orgogliosamente mio concittadino adottivo, vivendo Sinclair in un trullo nelle campagne di Martina Franca. Ad aprire la serata ci pensa Kawamura Gun, altro musicista d’importazione ben noto in zona Pigneto e dintorni e autore della copertina dell’album dei Winstons nonché dei testi di “Diprotodon” e “Number Number”, due dei brani del disco. Alla terza prova da solista, mise glam con occhiali da sole e capello lunghissimo che farebbe di lui un membro dei suoi connazionali Bo Ningen ad honorem, Kawamura presenta i suoi brani solo per voce e chitarra, filastrocche cantata in lingua madre, epidermicamente simpatiche. All’ennesimo concerto, poi, mi è quasi impossibile non canticchiare il quasi anthem “Mawatte Mawatte”.  The Winstons salgono sul palco poco prima di mezzanotte e calano subito il jolly con l’acidume grooveggiante di “Nicotine Freak”, dagli irresistibili coretti, per proseguire snocciolando praticamente tutti i brani dell’lp e la cover di “Golden Brown” degli Stanglers (pubblicata su un bel 7”), fondendo con verve moog sinuosi e tossine rockettare, raffinatezze pop e inflessioni jazz e sfoggiando padronanza strumentale e coesione mostruose, ad esempio in un brano come “A Reason For a Goodbye”, per poi chiamare sul palco l’illustre ospite Sinclair armato di double-neck basso/chitarra: la jam strumentale che ne segue è crepitante, quasi dieci minuti di totale libertà sonora. Poi gli allievi lasciano spazio al maestro e Sinclair dimostra l’entuasiasmo di un ragazzino quando decide di trascinare il pubblico con il suo cantato squisitamente British, accompagnato solo dal suo strumento e “clap” all’occorrenza: non serve nient’altro per riproporre due classici dei Caravan come “In The Land of Grey and Pink” e “Winter Wine” con palpabile emozione. Applausi sinceri per Sinclair, quindi il concerto prosegue con i Winstons che continuano a prenderci gusto, salutano e ringraziano l’Angelo Mai e Kawamura Gun prima di richiamare ancora Richard Sinclair per una chiusura memorabile con “Impotence” dei Wilde Flowers, la band dove un adolescente Sinclair mosse i suoi primi passi assieme ad altri futuri giganti di quella scena come il cugino Dave, Hugh Hopper, Robert Wyatt, Kevin Ayers. Nottata splendida che, per la cronaca, pare abbia avuto un’ulteriore coda circa un’ora dopo la fine del set, con il trio raggiunto da Morgan per una improvvisata esecuzione nel nome di Bowie…

Pierdomenico Apruzzese

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