The Who @ Unipol Arena [Bologna, 17/Settembre/2016]

535

A volte nasce tutto con un film. La prima volta che lo guardi, ti stupisce; alla seconda visione, inizi a vestirti diversamente; alla terza cambia anche il tuo modo di pensare. In quella pellicola c’è una colonna sonora che oltre a sottolineare le scene, sembra raccontare la vita stessa. Il film è “Quadrophenia” ed è ispirato dall’omonimo album degli Who, che figurano anche tra i produttori esecutivi, ed altro non fa che ripercorrere punto per punto le canzoni contenute nel disco. Parla della sottocultura Mod(ernista), una delle poche a godere di buona salute, nonostante siano passati molti anni dal suo avvento. A volte continua tutto con un libro. Ritrovi un’amica dopo tanto tempo, la incontri nel periodo del tuo compleanno, ti porta un bel regalo. È l’autobiografia di Pete Townshend, di altissimo livello, tra i libri a tema musicale, anche se qui al centro di tutto c’è la vita, vissuta più pericolosamente di quanto si possa immaginare, e si parla di rockstar, non di massaie del varesotto. Il fascino per il mito cresce. A volte finisce tutto con un live. Gli Who tornano a suonare in Italia dopo 44 anni, se escludiamo la parentesi del 2007 all’Arena di Verona, quando Roger Daltrey, la voce, non c’era. Le date sono due, e una è nei pressi di Bologna (l’altra a Milano), città che amiamo al punto di raggiungerla ogni volta che è possibile, con risibili pretesti. Figuratevi se possiamo mancare stavolta.

Biglietto in tasca e si parte alla volta della Dotta. Arrivo alla stazione centrale della città emiliana, pasto frugale al Pratello, si incontrano gli amici e si va al MAMbo, il museo d’arte moderna della città, per la mostra David Bowie IS. Mentre siamo in fila all’ingresso notiamo un gran numero di frangette, camicie a scacchi e polo chiuse fino all’ultimo bottone, segno che molti di quelli che come noi hanno raggiunto la città per il concerto, hanno deciso di passare il sabato bolognese regalandosi un doppio appuntamento con la storia della musica. Una vita vissuta con noncuranza nei confronti degli orari fissati ci porta a rischiare di arrivare con ritardo al concerto, inizio ore 21, e qui non siamo a Roma, dove in base ai locali 21 si traduce con la sfumatura 22.45, o con quella 23.15. Avvicinandoci al palazzetto con la macchina di un amico che si rivela un nostro degno rivale nella categoria Guida Veloce e Disperata Per Non Perdersi L’inizio di un Concerto, non troviamo traffico, visto che la maggior parte delle persone sono previdenti in questi casi. Nel parcheggio non ci sono Vespe o Lambrette, come se Jimmy, nella scena finale di “Quadrophenia”, sulla scogliera, avesse spazzato via quel feticcio dalla vita di ogni appassionato. In realtà Casalecchio di Reno è semplicemente scomodo da raggiungere su due ruote basse.

Entriamo velocemente nell’Unipol Arena sulle note di ‘I Can’t Explain’, primo brano in scaletta. Preferiamo così: è una serata particolare per noi ed è meglio che ci sia subito un bombardamento sonoro, nella venue e nelle nostre orecchie, capace di coprire il rumore dei nostri pensieri, al posto dell’assordante silenzio che permea le venue nel pre-concerto. I pannelli in legno, disposti sul soffitto, garantiscono un’acustica superiore a quella di ogni altro palasport che abbiamo frequentato e nonostante il sold out raggiunto da tempo, i biglietti sono stati venduti tenendo conto della necessità di spazi vitali dei presenti, quindi si respira e si sta bene. Il live rientra nella celebrazione dei 50 anni di carriera della band londinese e la scaletta non fa altro che realizzare i desideri dei fan che volevano ascoltare dal vivo la loro canzone preferita, qualunque fosse. C’è spazio per tutte le hits e sin da subito il livello sale con ‘Who Are You’ e ‘The Kids Are Alright’, ‘I Can See For Miles’ e l’amatissima ‘My Generation’, con quel People Try To Put Us Down gridato a squarciagola da chiunque abbia un nemico, vero o immaginario, contro il quale scagliarsi. ‘I Wanna Die Before I Get Old’ suona ipocrita da parte di chi è canuto, ma ci basta un attimo per immaginarlo nella propria cameretta, anni prima, con un caschetto scuro, a cantare quell’inno trasversale. La band ci sorprende: i leggendari Roger Daltrey e Pete Townshend, accompagnati da Simon Townshend, Pino Paladino, Zak Starkey e Michael Talbott, riproducono pezzi dei quali conosciamo ogni minima sfumatura senza una stecca, un’incertezza, un calo dovuto all’età o ai vizi. Sembra che un disco stia girando sul piatto, ma sono lì, dal vivo, di fronte a noi. Dietro di loro invece c’è un grande schermo sul quale scorrono dei visual tricolori (blu, bianco e rosso) con tutte le immagini e i simboli rappresentativi della cultura britannica e di quella mod. Ai lati del palco ci sono due schermi dove chi è più dietro può godersi lo spettacolo. In effetti l’unica pecca dell’arena è che se non si staziona nelle prime file, la visibilità è piuttosto limitata. Ma noi andiamo avanti per vedere il mulinello che fa col braccio Pete Townshend, scatenando il pubblico, e sentire bene cosa dice tra un brano e l’altro, come quando racconta di aver scritto un pezzo nel 1972, “quando molti di voi ancora non erano nati”. Daltrey invece si guarda bene dal fare pubbliche relazioni, la voce preferisce custodirla per i pezzi. Il live dura due ore e ventidue brani, con un’intensità da pelle d’oca e gli Who, da sempre molto attenti alle tematiche sociali, faranno proiettare sullo schermo un pensiero per le vittime del recente terremoto che ha colpito il centro Italia. Si arriva ai saluti con ‘Baba O’Riley’, il brano più atteso dalla maggior parte dei presenti e una delle melodie più conosciute nella storia della musica moderna, e si chiude con ‘Won’t Get Fooled Again’. È finita, è andata meglio di quanto ci aspettassimo, e sarà difficile, quando verrà l’ora dei bilanci, tenere questo live fuori dalla nostra top 5 di ogni tempo.

Andrea Lucarini

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here