The White Stripes @ Tendastrisce [Roma, 6/Giugno/2007]

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Fino all’ultimo. Decisione presa quasi in extremis. Altalenante come la giornata metereologica. Sole-pioggia-sole quindi ancora pioggia e per finire fresco-misto primavera. Il dubbio di molti alla vigilia era stato: “Faranno quella maledetta canzone trasformata in un odioso coro da stadio?”. Questo il tam tam serpeggiato tra gli addetti ai lavori, tra i fan della prima ora, tra quelli della seconda e tra i semplici curiosi. Con una camicia alla Joe Di Maggio in una mano raggiungo il Tendastrisce per fugare da vicino ogni dubbio a riguardo. Ad attenderci il fido Aguirre che non ha voglia di perdersi i paladini del New Detroit Sound che tornano nella capitale dopo l’esibizione al Palacisalfa di quasi un lustro fa (leggi). Sotto i ponti nel frattempo sono passati barattoli di vernice bianco/rossa, qualche posa di celluloide dall’amico Jim Jarmusch, “Get Behind Me Satan”, una patina di Grammy, un matrimonio amazzonico, i Raconteurs, la tana-studio di Nashville ed un nuovo sbilenco, affascinante, stralunato, esotico “Icky Thump”.

C’è già traffico semi-congestionato. Un’infinta passerella di magliette non ufficiali (più graziose di quelle ufficiali) ed un simpatico cartello affisso alle casse che recita “NO CROWD SURFING – I trasgressori saranno accompagnati fuori dal teatro”. All’interno il parterre è quasi pieno così come le tribunette in fondo alla sala. C’è gente di ogni tipo. Di ogni estrazione. Volti noti. Una certa trepidazione composta. L’evento è scaldato in “nero” dal londinese David Viner che presto viene raggiunto dalla sua band completata da violoncello (la bella Alice Lascelles), contrabbasso e batteria. Viner supporta i White Stripes per quattro date (oltre a Roma, la già consumata Vienna, Milano e quindi Parigi). Un discreto, fumoso, connubio tra il folk e l’americana a creare piccole storie raccontate impeccabilmente (forse fin troppo) che il pubblico però sembra gradire come antipasto.

Pausa. Un poco alla volta viene scoperto il palco. Via il telo nero dalla batteria bianca posizionata di lato rispetto al pubblico. Mentre piomba imponente un enorme telo rosso come sfondo. Gli addetti alla strumentazione sono vestiti di nero con tanto di bombetta sullo stile visivo di “Get Behind Me Satan”. Quando Jack & Meg aprono questa nuova avventura il boato è fragoroso. Liberatorio. Il quasi trentaduenne White è nella “divisa” d’ordinanza (rosso-nera) mentre la tarchiatella signorina White è di bianco vestita. Ci vuole poco a capire a cosa stiamo andando incontro. I White Stripes sono superiori. Il ragazzo di Mexicantown dai capelli a fungo è un purosangue. Cresciuto con la musica “sbagliata” e ben presto illuminato dal blues fangoso e malsano del sudista Son House (occhio a “Death Letter” su “De Stijl”). Sfoga la rabbia d’adolescente sulla batteria degli ancora attivi punkoidi Goober And The Peas prima di farsi le sette chiese di Detroit quando però in città agisce un semi-Dio di colore chiamato Mick Collins. E’ lui il pioniere del nuovo suono di Detroit. E’ lui che trasfonde il verbo seminale dei suoi ex Gories verso quell’ibridazione totale dei suoni 50/70 a nome Dirtbombs. Ma Collins vive questa nuova esperienza come un tormento interno testimoniato da quasi venti line up differenti. Il nuovo millennio è un miraggio. Jack White capisce la “lezione”, si guarda attorno, incontra la dolce Megan Martha White, la veste di rosso e di bianco, minimalizza i canoni del rock, del garage, del blues, finanche del country. L’unione è totale. Dieci anni dopo nulla è cambiato nella sostanza. Jack aggredisce la canonica chitarra bicolore come un indemoniato. La taratura è pazzesca. Greve. Roboante. I microfoni sono cinque. Uno davanti al drum kit per sintonizzarsi al meglio con la sua compagna. Due direzionali che spingono a destra e a sinistra. Il classico fronte folla ed uno che pende sopra l’organo. La voce è tirata. Abrasiva quando la furia si impadronisce dell’anima di questo fuoriclasse. Scorrono via brani che pescano con fortuna da un lotto di album (ad oggi sei) di qualità indiscussa. Meg ad ogni colpo reclina il capo da una parte, che sia lieve o pesante, bilanciando il movimento sul fianco opposto. Lo sgabello di pelo bianco è in tono con il delizioso maglioncino che indossa con grazia. L’immagine fiabesca, assolutamente pop al quadrato, riflette ombre lunghe sullo sfondo campale che alterna suggestive piogge (rosse) meteoritiche. Quando little Jack imbraccia la luccicante slide elettrica il fuoco è totale. Ora è impossessato dal blues di “Statesboro” dell’uomo dai mille pseudonimi Blind Willie McTell quanto dal diavolo che squarciò la vita di Robert Johnson. “Hotel Yorba” splende come un’insegna di Las Vegas.

Una brevissima pausa riporta a capofitto il treno per Yuma con la rutilante “Blue Orchid”, quindi l’episodio (l’unico) vocale destinato a Meg (“In The Cold Cold Night”) la cui ombra sembra quella di una sinuosa Jessica Rabbit. “Jolene” si capisce al volo. Tutto è definito. I White Stripes sono l’originalità artistica dei nostri tempi. E allora chissenefrega se passa una maglietta dei Saxon, una di Vasco seguita da una degli Strokes. Chissenefrega se arriva il terribile “po-po-po-po-po”. Perchè Mr. White decide al momento (imbraccia la sei corde bianco-rossa poi dopo due accordi ci ripensa) di eseguire “Seven Nation Army” con la slide, sporcando, raschiando, demolendo il suo stesso successo. Divertendosi e lasciando sfogare in un coro da stadio il pubblico ora in delirio sensoriale. Tutti saltano. Anche i più attempati e di bianco-lino vestiti. “Basta vecchi. I vecchi a casa!” è uno dei pochi sussulti di un rapito Aguirre. Il finale scuote e pervade. Che poi è lo stesso davanti alla coppia stelle e strisce. Novanta minuti tirati corrispondondo a tre ore di concerto “stirato”. Il momento più tenero è quello dei saluti. Si tengono per mano camminando da un lato all’altro del palco. Ricevendo con un inchino il GIUSTO applauso finale mascherando (forse) l’emozione con timidi sorrisi. Tra i colori pastello di “Big Fish” ed una favola di Hans Christian Andersen. Una meraviglia.

Emanuele Tamagnini