The Warlocks @ Circolo degli Artisti [Roma, 9/Dicembre/2010]

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Band di culto. Da entrambi i lati dell’oceano, The Warlocks li definiamo così. Un’espressione che indica una band non destinata al grande pubblico per definizione, adorata dai propri fan e dall’influenza relativamente significativa. Lungi dal volere entrare in contrasto con la semantica, rimaniamo comunque sorpresi – ah, maledette illusioni – nel vedere la platea dimezzarsi dopo il live dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Inutile fare polemiche, inutile anche solo paragonare quella che sarebbe l’accoglienza per una “band di culto” aldilà dell’oceano e inutile chiedersi perché, il (giovane) pubblico dei TARM non abbia provato la benché minima curiosità per questa band californiana, magari trattenendosi un po’ di più in sala (visto che ormai il biglietto era stato pagato). Inutile sprecare altre parole per una (non) sorpresa che getta il solito velo pietoso sulla cultura musicale del Belpaese. Nulla di nuovo e, probabilmente, una riflessione facilmente tacciabile di snobismo. Ma solo in apparenza. Per quieto vivere, ci nascondiamo dietro la democratica possibilità che il pubblico sia semplicemente diverso. Masticando, ormai da anni, amara rassegnazione.

La sala non è poi (fortunatamente) così vuota. Solo, non abbastanza piena per il live che – nelle potenzialità e nei fatti – sta per arrivare. D’altra parte, l’attesa tra gli appassionati di psichedelia ed “addetti ai lavori” vari serpeggiava da tempo, alimentando le aspettative del pienone di cui sopra. Alle 23.30 in punto, Bobby Hecksher e i suoi sono sul palco. Quello che dei Warlocks abbiamo letto su qualche giornale o sentito solo su disco, diventa lezione impeccabile davanti ai nostri occhi. L’incipit è lento, psichedelia pastosa che incede massiccia, tra feedback e cavalcate chitarrose stile Ride. È ‘Red Camera’ ad aprire il live, gli ultimi Warlocks di ‘The Mirror Explodes’, ovvero – nella variegata scala cromatica del quintetto losangeliano – alcune delle tonalità più scure e, allo stesso tempo, più lacerate da feedback e distorsioni. Hecksher è il frontman un po’ eccentrico ma mai sopra le righe, coi suoi capelli corvino e le pose a bordo palco da rocker indemoniato, mentre (più avanti), lancia qualche riffone hard rock. Mami Sato, al basso, che ondeggia senza sosta insieme ad una cascata di capelli nero asiatico, è l’attrazione scenica del live almeno quanto il continuo e fascinoso gioco di luci. La partenza è lisergica, deviata, disturbata. Ma è solo l’inevitabile tunnel che porta nelle numerose dimensioni di questi grandi eredi della psichedelia marchiata West Coast. Le band di quella scena che, negli anni ’90, guardavano alle proprie radici ma anche ai sixties britannici, ci sono entrambe: impossibile, più avanti, non riconoscere il marchio indelebile lasciato da Anton Newcombe e dai suoi Brian Jonestown Massacre e dai primi Dandy Warhols. La psichedelia che incontra lo shoegaze nei primi anni 90, prende forma in ‘So Paranoid’ e nel wall of sound che, in forme diverse, rintronerà la platea ben oltre le aspettative. Un’acustica che migliora progressivamente, parallela alla crescita incalzante del ritmo del live. Nella parte centrale, sono i Warlocks più garage e hard rock ad emergere, con punte di pura acidità britannica (‘Dope Feels Good’), rock’n’roll che i BRMC si sognano di scrivere (‘Hurricane Heart Attack’), stratificazioni luride e distorte che dagli anni 90 scaraventano a venti anni prima (‘Stickman Blues’) e il clamore che accoglie un brano degno dei migliori BJM (quelli di ‘Take It From the Man’, ‘Baby Blue’). Poderosi, avvolgenti, eppure, mai monolitici. I cinque californiani accompagnano i fedeli attraverso un viaggio psichedelico che sembra essere a tappe, più cupo e vodoo nella prima parte, più solare in quella centrale e poi nuovamente saturo e deviato in chiusura. Non è solo la compattezza del suono e della band a ipnotizzare, ma anche una sorta di professionalità che non fa apparire, questo e chissà quanti altri live, l’ennesimo compitino da svolgere. Al contrario, si ha la percezione di vivere un evento live in senso rock molto profondo, vissuto intensamente, vero, appassionato. L’illusione (?), la da anche Bobby Hecksher, che torna per tre bis e in ultimo regala birra al pubblico, dichiarando – a più riprese – che sarà l’ultimo pezzo, come se non se ne volesse mai andare. Dopo averla attesa per oltre un’ora, infine, fa capolino ‘Song for Nico’. Una psychocandy da sciogliere in bocca. Mentre si attende, in estasi, che sortisca il suo effetto.

Chiara Colli