The Warlocks @ Circolo degli Artisti [Roma, 21/Marzo/2014]

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Da più di un decennio i The Warlocks sono una delle migliori realtà americane in materia di rock psichedelico, al punto da essere assurti a vero e proprio culto per tanti appassionati. Il perno del gruppo è da sempre il cantante/chitarrista Bobby Hecksher, attorno al quale si sono avvicendate decine di membri diversi fino a raggiungere l’odierna formazione live a cinque (in studio anche più numerosa). Forti di una discografia che annovera sei album – l’ultimo ‘Skull Worship’ è stato pubblicato lo scorso novembre – più svariati singoli ed EP, la band ha fatto ritorno in Italia per una serie di cinque date, tra le quali quella capitolina è la seconda in ordine di tempo. Raggiungiamo il Circolo degli Artisti qualche minuto prima che il quintetto, alle 22.35, faccia il proprio ingresso sul palco senza particolari colpi a effetto davanti ad una platea inizialmente poco folta. Fortunatamente già dal secondo brano in poi il pubblico si farà più nutrito fino a coprire i tre quarti abbondanti della sala verso il finale. L’inizio è affidato a ‘Red Camera’, brano che apriva il penultimo album ‘The Mirror Explodes’. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la scaletta pesca indistintamente dalla carriera della band, senza prediligere particolarmente l’ultimo ‘Skull Worship’. Luci rosse e blu contornano l’esibizione del quintetto mentre si ritorna al 2002 con la splendida ‘Isolation’, tratta dal capolavoro ‘Phoenix’. I cinque appaiono affiatati e si muovono con indolenza magnetica senza appariscenza alcuna, mentre un vero e proprio muro di suono psichedelico si infrange contro i nostri inebriati sensi. La prima parte della scaletta prevede quindi un nuovo, gradito ritorno a ‘The Mirror Explodes’ con l’emozionante ‘The Midnight Sun’. Alla fine del pezzo l’amplificatore del chitarrista Earl V. Miller cessa di dar segni di vita ma con efficiente prontezza viene sostituito e il concerto può dunque procedere senza ulteriori intoppi. Una puntatina a ‘Heavy Deavy Skull Lover’ con ‘So Paranoid’ – le tastiere finali esaltano il lento incedere di un pezzo che riprende con capacità la lezione dei Velvet Underground – lascia spazio a due estratti dall’ultimo disco: il singolo apripista ‘Dead Generation’ e ‘Chameleon’. Se per questa prima parte di esibizione i losangelini si son mostrati concentrati sui propri strumenti lasciando che la psichedelia creasse la giusta suggestione sugli inebetiti presenti, tirar fuori dal cilindro la celeberrima ‘Shake The Dope Out’ sposta le coordinate del concerto verso un atteggiamento più coinvolgente e gigioneggiante, incoraggiato da un pubblico partecipe e rumoroso. Inevitabile quindi cantarne il ritornello e assistere alle pose ammiccanti di Bobby Hecksher, il quale più volte supera i monitor ai suoi piedi per godersi il sostegno delle prime file. Sempre da ‘Phoenix’ viene ripresa la scanzonata ‘The Dope Feels Good’, con il fantasma dei The Jesus And Mary Chain ad avere stavolta la meglio su quello degli Spacemen 3. Il treno bluesy supera in velocità la lisergia nella doppietta delle origini ‘Caveman Rock’-‘Angry Demons’ prima che la psichedelia sotto acidi di ‘Hurricane Heart Attack’ (Anton Newcombe chi?) e la ruggente ‘Zombie Like Lovers’ chiudano il concerto. Il pubblico, non sazio, richiama il gruppo sul palco e Bobby e soci concedono soddisfatti due bis, la più recente ‘Endless Drops’ (sugli scudi il basso di Christopher DiPino) e il classico ‘Come Save Us’. Tra gli applausi sinceri e convinti i cinque tornano quindi dietro le quinte, stavolta definitivamente. In un’ora e mezza esaltante i The Warlocks hanno saputo esibire con eguale efficacia le due facce – una devotamente votata alla psichedelia più pura e quasi di sapore kraut, l’altra più travolgente e spiccatamente rock – di un’unica medaglia di pregiata fattura, fusa a colpi di riverberi e overdrive. Che il culto continui pure senza vacillamenti di fede.

Livio Ghilardi