The War On Drugs @ Fabrique [Milano, 18/Novembre/2017]

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A pochi mesi dalla pubblicazione del buon ‘A Deeper Understanding’, Adam Granduciel e compagni tornano a Milano per la data italiana del tour a supporto della loro ultima fatica discografica. Chi scrive ha sempre manifestato un certo sentimento positivo nei confronti dei War On Drugs, ragion per cui scelgo di arrivare al Fabrique con largo anticipo, sperando di poter contare su una posizione favorevole in un posto che, al netto del palco non particolarmente alto, può contare su un’acustica da fare invidia a molte altre sale concerti meneghine. Ed è certamente un fatto positivo, visto che la band originaria della Pennsylvania esige esattamente questa caratteristica. Il colpo d’occhio è buono, il Fabrique è gremito e si ferma a un passo dal tutto esaurito. Sono le 21.30 quando Adam Granduciel appare sul palco nella sua classica camicia a quadrettoni, seguito dal resto della band e accolto dai lunghi applausi dei presenti. La speranza di tutti, in quei brevissimi istanti fra il saluto e l’inizio del concerto, è che il live sappia restituire quelle stesse splendide sensazioni figlie dell’ascolto dei dischi. E si impiega davvero pochissimo a capire che sarà addirittura meglio. ‘In Chains’ inaugura il concerto con la sue atmosfere a tratti rarefatte e Adam Granduciel è già capace di esercitare un’attrazione magnetica: i suoni sono puliti, asciutti, praticamente perfetti, e anche l’impianto luminoso del Fabrique fa la sua parte per far iniziare il concerto su livelli vertiginosi. La corsa di ‘Baby Missiles’, subito dopo, non fa nemmeno in tempo a esaurirsi prima di essere salutata da urla e applausi, specialmente durante la parte con l’armonica. Si arriva direttamente a uno dei momenti topici del live: ‘Pain’, pezzo eletto da molti come il più riuscito dell’ultima fatica discografica, prevedibilmente la più rappresentata insieme a ‘Lost In The Dream’. La chitarra di Granduciel svetta sulle altre, distorta, acidula e leggermente più riverberata, esaltando nuovamente il caloroso pubblico del Fabrique, ed è un po’ il simbolo dei War On Drugs. Il talento del cantante, chitarrista e centro nevralgico della band trascina gli altri cinque musicisti, anch’essi di una bravura disarmante, capaci di rendere al meglio l’epica della band, ovvero quella mistura di suoni classici che attingono a Neil Young e Tom Petty, passando per suggestioni dreamy e pulsioni più moderne, senza dimenticare sporadici echi psichedelici. L’accoppiata ‘An Ocean In Between The Waves’ e ‘Strangest Thing’ è mortifera: i pezzi, già lunghi nelle rispettive versioni studio, vengono ampiamente dilatati in coda, costruendo una serie di ricami intorno alla meravigliosa chitarra di Granduciel e creando un flusso di suoni denso e da pelle d’oca. ‘Knocked Down’ permette di rifiatare, ‘Buenos Aires Beach’ è l’unica parentesi dedicata a ‘Wagonwheel Blues’, ideale ponte verso una seconda parte in cui i War On Drugs decollano definitivamente, portandosi dietro oltre mille persone. Ingranata quasi a sorpresa ‘Red Eyes’, al Fabrique è tripudio: la resa dal vivo di uno dei brani più belli di ‘Lost In The Dream’ è altissima, l’interpretazione della band e del suo leader alla voce è disarmante e la coda, ancora dilatata, cerca e raggiunge un ideale di bellezza e conserva l’equilibrio necessario per non sfociare in esercizio di stile fine a se stesso. I suoni eterei e melliflui di ‘Thinking Of A Place’ e ‘Lost In The Dream’ cullano poi il pubblico per oltre undici e poi otto minuti, ma quasi non ci si rende conto del tempo che passa. Il ritmo sostenuto di ‘Holding On’ conduce verso un altro dei momenti più attesi della serata, quello in cui arriva ‘Under The Pressure’, immerso in un’atmosfera elettrica. Il fluire impetuoso del pezzo non limita un climax che è ancora da pelle d’oca e la magia non si dissolve con ‘In Reverse’. Sono passati più di centodieci minuti dall’inizio del live, il palco si fa improvvisamente buio e deserto, mentre gli applausi e le urla di incitamento sono assordanti: Granduciel riappare, presenta la band, scherza col pubblico e poi si congeda con ‘Burning’ e ‘You Don’t Have To Go’. Quella che prima del live era una speranza, è diventata realtà. I War On Drugs ci hanno regalato uno dei live più belli e intensi dell’anno concertistico meneghino, confermando la loro straordinaria capacità di essere citazionisti e autentici nello stesso tempo, con una proposta artistica che forse li allontana idealmente da questo momento storico, ma la cui bellezza, già molto più che accennata su disco, in live seduce e affascina come poche.

Piergiuseppe Lippolis

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