The Veils + The Long Blondes + 1990s @ Circolo degli Artisti [Roma, 20/Settembre/2006]

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Mentre la città è impegnata. Ad imprecare davanti alla TV per un’altra marcatura sbagliata. Per un’altra marcatura realizzata. Il coprifuoco dura un’ora e quarantacinque minuti. Meglio muoversi prima che la massa si risvegli. Prima del baccano post abbrutimento adrenalinico. Il Circolo si sta già popolando per accogliere tre gruppi di punta dell’etichetta londinese Rough Trade. Una visita d’obbligo per chi passa nella capitale inglese. Questa sera Roma si trasforma allora in una sorta di succursale approntata con un intelligente happening che alla fine richiamerà il quasi sold out. Entrate decisi… perchè molte delle vostre certezze cadranno come foglie d’autunno. Forse.

[1990s]
I nemici del dentista
A bagnare la giovane notte sono chiamati tre orripilanti figuri di Glasgow. I 1990s nascono quando quel dentone di Jackie McKeown decide che non potrà trovare fortuna insieme ad Alex Kapranos e Paul Thompson. Loro sono più carini. Indossano pantaloni di tessuto marrone, attillate shirt a righe e scarpe di cuoio nero a punta. Loro vogliono diventare i Franz Ferdinand. Vogliono andare in un barber shop e portarsi dietro la foto di Ian Curtis. Vogliono conquistare le copertine dei magazine britannici. Anche stonando, anche sbavando, anche ingannando. Vogliono solo divertirsi magari. Jackie non può. Perchè Jackie è brutto. Perchè i suoi denti non troverebbero spazio nel van della band. Perchè Jackie farebbe fare brutta figura ai quattro damerini durante qualche trendy photo session. Così il brutto anatroccolo Jackie pensa bene di prendere al suo fianco due creature a lui simili e dare vita ad una nuova formazione. Jackie ora è felice. Perchè forse si diverte molto di più dei suoi ex compagni di strada. Che la strada a disposizione l’hanno già consumata tutta. I 1990s sembrano una pub rock band di fine anni ’70. Una sorta di nuovi Eddie & The Hot Rods ma col refrain cool, col giro mod e senza alcuna pretesa. Sono sorpresi dall’accoglienza calorosa del pubblico. Ma quando ridono scende il silenzio. I Brutos al confronto erano modelli di Hilfiger. Arriva anche il singolo che li ha fatti conoscere – “You Made Me Like It” – prodotto dal concittadino Norman Blake dei Teenage Fanclub. Non dispiace neanche l’orecchiabilità di “You’re Supposed To Be My Friend”. Ma è davvero tutto. Ed è davvero poco.

[The Long Blondes]
I cinque dell’acqua di rose
Ricetta del giorno. Prendete un chitarrista e vestitelo come un marinaio di “Querelle de Brest”. Più precisamente come quello sodomizzato da Nemo. Aggiungete un pizzico di nerditudine nella forma rotonda di un batterista panciuto. Spruzzate il tutto con zucchero a velo femmineo. Ma non troppo mi raccomando. Perchè altrimenti vi troverete davanti un’informe cicciottella (Reenie, la più brutta bassista del mondo), un’informe paffutella (Emma, la più inutile chitarrista del mondo) e una formosetta cantante (Kate, la più desiderata ninfetta della serata prima dell’avvento di Sophia) che fa di tutto per voler assomigliare alla nipote di Siouxsie Sioux e alla figlia di Karen O. E pensare che i Long Blondes arrivano da Sheffield. Dove, in mezzo alle fabbriche d’acciaio, alla fine degli anni settanta fioriva nel sottosuolo una scena cenerina di algidi manipolatori di macchine sintetizzate. Dei Cabaret Voltaire, degli Human League, degli Heaven 17, degli ABC finanche dei Thompson Twins nulla è rimasto tra le vie colorate a nuovo della città del South Yorkshire. Neanche il più recente reticolato tessuto dalla Warp Records, neanche forse l’aroma dei Pulp di un Jarvis Cocker impegnato su orizzonti più ampi. Oggi ci sono questi cinque ragazzi che lanciano come testa d’ariete una cantante poco più che sensuale, abbigliata e pronta per fare la quarta nelle Pipettes, voce stridula e appeal anemico. La musica è anche brutta. Più brutta del previsto. Che si perde nell’inflazione imperante di queste immagini e questi suoni.

[The Veils]
Travis Buckley
Diciamolo serenamente. Se Finn Andrews non avesse avuto alle spalle le cure di un padre famoso (Barry, ma evitiamo di presentarlo di nuovo!) forse la sua strada verso il dorato mondo musicale sarebbe stata più irta. Più improba. Probabilmente impossibile da calpestare. Lo testimoniano alcuni fatti inequivocabili. La migrazione dalla terra neozelandese alla “centrale” Londra. Un primo album capriccioso con sabbiosi e melassati riferimenti al depressive pop dei Coldplay (il singolo “Lavinia” deve ancora chiederci perdono). Una conseguente stagnazione da fallimento. Una rivoluzione in line up. Finn Andrews è i Veils. Finn Andrews vuole essere a tutti i costi ricordato come artista maudit. Lo si capisce dal grosso cappello nero da mormone. Dalla larga camicia bianca. Dai suoi gorgheggi sofferti ad omaggiare l’angelo Jeff Buckley. Da qui nasce la musica del quintetto che annovera anche la nuova bassista Sophia Burn. Tanto bella quanto impacciata. Ma non importa. E’ lei la vera attrazione di una serata a scartamento ridotto. Uno squarcio di luce in episodi ben interpretati, con piovosi rimandi ai Travis, ma privi dell’acme necessario per rimanere scolpiti nello spazio dedicato ai ricordi più intimi. Scorrono via i nuovi brani che compongono il secondo lavoro “Nux Vomica”. Un concentrato piatto che non porterà la formazione anglozelandese da nessuna parte. Perchè quando assisti ad un concerto e sei colpito da noia e stanchezza significa che sul palco non funziona qualcosa. Significa che Finn Andrews sarà pure figlio di Barry ma a noi questa storia non incuriosisce più.

Emanuele Tamagnini

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