The Vaccines @ Fabrique [Milano, 12/Marzo/2016]

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I Vaccines rappresentano una delle realtà più interessanti sulla scena indie rock britannica e la buona popolarità ottenuta con tre dischi in sei anni di attività ne è la conferma. La band è arrivata al Fabrique di Milano per la seconda e ultima data italiana del tour a supporto di ‘English Graffiti’, davanti a una buonissima cornice di pubblico. Il quartetto inglese si presenta sul palco puntuale, dimostrando una grande energia in grado di contagiare i presenti già dopo le prime note. ‘Handsome’ introduce e davanti si balla e si saltella, poi tutti cantano ‘Teenage Icon’, quindi Justin Young presenta la band prima di ripartire rapidamente con ‘Ghost Town’ e ‘Dream Lover’, la cui intro viene scambiata con quella di ‘Do I Wanna Know’ degli Arctic Monkeys da alcuni dei nostri vicini. La partenza della band inglese è ottima: il basso di Árni Hjörvar gira bene, Pete Robertson è indemoniato alla batteria, Freddie Cowan e Justin Young coinvolgono il pubblico, con cori e battiti di mani. I primi minuti di concerto lasciano presagire una scaletta sì corposa ma condensata in tempi stretti, vista la brevità delle pause fra i pezzi, alcuni dei quali suonati con un piglio più rock e una velocità leggermente maggiore rispetto alla versione studio. ‘Wetsuit’ è il primo classico della band e viene eseguito magistralmente: il pubblico dimostra di apprezzare. Tre pezzi più tardi, l’accoppiata ‘Bad Mood’ – ‘Post Break-Up Sex’ infiamma il Fabrique, con la seconda introdotta dalle parole di Young che racconta della sua prima volta a Milano (quattro anni fa) e chiede al pubblico di cantare a squarciagola. È ciò che accade: dal Fabrique si leva un grande coro che rende il momento uno dei più alti di tutto il live. Nella seconda parte del concerto, i Vaccines crescono ancora e, prima di tirar fuori altri classici, propongono ‘All Afternoon (In Love)’ e ‘Melody Calling’. La successiva ‘Give Me A Sign’ vede Young incappucciato e con le braccia protese verso l’alto, rendendo ancor più chiaro il messaggio della canzone. Un attimo di pausa prima della brevissima ma esplosiva ‘Wreckin’ Bar (Ra Ra Ra)’, durante la quale si scatena anche un moderato pogo, poi l’ottima ’20/20′, col pubblico che risponde per l’ennesima volta “presente”. Il climax è al suo apice con ‘I Always Knew’, ‘If You Wanna’ e ‘All In White’, poi i Vaccines lasciano il palco fra gli applausi: la band si dimostra in formissima, ma qualcuno giudica l’esibizione troppo breve. In reprise arrivano ‘No Hope’, proposta in chiave acustica col solo Young sul palco, ‘We’re Happening’ e, ovviamente, ‘Nørgaard’: tutto il Fabrique canta e balla per  cento secondi il pezzo più popolare di una band autorevole anche in sede live. A concerto finito, prima di uscire, molti dei presenti intonano un coro che segue il ritmo del pezzo di chiusura. È la giusta conclusione di un concerto definito a più riprese “breve ma intenso”. Entrambi gli aggettivi sono corretti per raccontare un’esibizione globalmente positiva e una scaletta ricchissima che, però, avrebbe potuto essere eseguita anche in tempi più dilatati.

Piergiuseppe Lippolis