The Twilight Singers & Mark Lanegan @ Circolo degli Artisti [Roma, 9/Dicembre/2006]

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[Margine]
La divisione in piccoli capitoli mi esalta.

[Circa mezz’ora prima]
Lascio che siano i Temple Of The Dog a firmare lo spazio radiofonico del sabato sera. “Say Hello To Heaven” sembra però una scelta infausta. A cento metri dal Circolo degli Artisti sono fermo ad un semaforo rosso. Routine autmobilistica. Ecco il verde. Un tranquillo innesto di prima. Devo svoltare a sinistra. L’acquedotto si staglia silenzioso. Ma un coglione travestito da Fisichella ha un programma differente per la serata. Ha infatti deciso che la mia vita dovrà essere spazzata via. A velocità folle taglia l’incrocio ormai divenuto un traguardo rosso fisso. Sono stanco ma i riflessi tornano ad essere quelli di un nevrastenico sotto anfetamine che frena come colto da raptus demoniaco. Il suddetto coglione sfiora la mia macchina di cinque centimetri cinque. Andando a lambire come una palla da bowling tirata senza effetto le altre auto nel frattempo sopraggiunte. Poteva essere la sceneggiatura di un nuovo film, che ne so, “Carambola Di Natale”… oppure “Rock’n’Roll Car Crash”… o più semplicemente potevano essere le solite sei righe di cronaca (nera) cittadina. Non ho tempo di pensare ad un reclamo da inoltrare ad Ecclestone. Sono ancora intero. Ed è già una buona notizia. C’è un posto sulle strisce. Ed è già una seconda buona notizia. Seguitemi.

[Prima fila e l’affare Ciccio Pasticcio]
C’è una lunga coda. E’ il pubblico della grandi occasioni. Come il tour bus parcheggiato all’esterno del club. Segno il territorio con riconoscibili volantini quadrotti che certificano la presenza di queste amate righe in b/n. Voglio la transenna. Voglio sentire il freddo gelido del metallo penetrare all’altezza delle rotule. Voglio i baci appassionati degli amplificatori. Voglio godere con il ritorno capitolino di Greg “Afghan” Dulli e dei suoi Twilight Singers. Ma soprattutto voglio abbracciare un fantasma. Sentire se davvero Mark Lanegan può rappresentare tutta quella vita, lunga ormai vent’anni, passata ad immaginare una scena, una città, una pioggia senza fine. Ma prima bisogna fare i conti con Jeff Klein. Ennesimo artista proveniente dal sempre più nodale Texas. “The Hustler” è il suo biglietto da visita. Un po’ sbiadito, ormai, vista la carta d’identità fissa al 2005. Klein è stato prodotto proprio da Dulli. Che ha chiamato alla collaborazione anche l’amico Dave Pirner (Soul Asylum e presente nel 1994 in quel progetto soundtrack a nome Backbeat Band) oltre alla piccola logorroica Ani Di Franco. Klein è solo. Con la sua aria arruffata da Ciccio Pasticcio. Una chitarra ed un paio di basette a supporto. Ma problemi tecnici (insormontabili) non gli permettono di proseguire come vorrebbe. Prova un brano a cappella. Poi decide di sedersi al piano. Mentre in sottofondo i tecnici sembra preparino alcuni fuochi d’artificio di fine anno. Klein è un cantautore che vorrebbe esprimersi alcolico come Lanegan ma riesce purtroppo a cantare come Pete Yorn usando la penna di Hawksley Workman. Quando la tecnologia sembra aver irrimediabilmente fagocitato le ultime speranze esecutive del ragazzo di Austin ecco comparire dalle quinte (per questa occasione immaginatele) 3/4 dei Twilight Singers. Il brano precedentemente iniziato prende una forma magister. Assumendo tratti scintillanti. Grazie alla sapienza del chitarrista di New Orleans Dave Rosser, al bassista californiano Scott Ford e al tarantolato batterista di Miami Bobby Macintyre che sembra uscito da una fotocopiatrice con la matrice a somiglianza Ginger Baker.

[Ghost At Midnight]
Il locale è stipato in ogni ordine di posti. Sold out direbbero oltre confine. Inutile negare che la presenza dell’accigliato ragazzo di Ellensburg (ormai 42enne) abbia richiamato il 50% di gente in più rispetto a quanta ce ne sarebbe stata con un cartellone privo del suo nome. Dulli torna in Italia, torna a Roma, dopo poco più di un anno e mezzo. Dopo la collaborazione con Agnelli. Dopo un periodo felice che lo aveva consegnato a questo pubblico (o a parte di esso) con un concerto strepitoso. Cinque anni “ufficiali” di Twilight Singers, il progetto prende corpo infatti nel 1997, contraddistinti da prolifica qualità realizzativa (cinque album e due Ep). Ma soprattutto punto di raccordo con l’ultima (straordinaria) testimonianza degli Afghan Whigs. Quel “1965” che accentuava in maniera netta il tormento personale del 41enne autore di Hamilton, da sempre alle prese con una scrittura rivolta all’universo femminile e ai suoi inevitabili dirupi dell’anima. Il soul come fonte rigenerativa. Da questo approdo il punto per ripartire. Greg Dulli non ha, però, sconfitto ancora i suoi demoni. L’alcol. Il fumo. Forse altro. Ma non ha dimenticato il significato della parola emozione. Che spiega e argomenta in maniera sublime. A suo modo. Dispensando larghi sorrisi. Divertendosi. Raggiungendo il pathos in più di un’occasione. In più di un momento. In attimi che avvolgono come una calda sciarpa tessuta di foschia. E’ un set fumoso. D’altri tempi. Tempi che da queste latitudini difficilmente arrivano. Formazione già annunciata con Jeff Klein aggiunto al piano ed ora elegantemente impreziosito da una giacca nera. A supporto abbiamo “Powder Burns” e il recente meraviglioso extended play “A Stitch In Time”. Proprio dal quinto capitolo partono per non fermrasi più. Da “Toward The Waves”. Da “I’m Ready”. Per planare su “Blackberry Belle” che viene ricordato con “Teenage Wristband”. Un disco al quale ha collaborato Lanegan. Che viene atteso. Gli sguardi cadono ripetutamente su quell’asta “vuota” che attende solo il suo ingresso. Quando le prime note riconoscono “Live With Me” (se c’è un Dio, che quel Dio ringrazi i Massive Attack per continuare ad esistere) il pubblico riconosce il suo padrone. Un boato accoglie Mark Lanegan. Sguardo fisso in terra. Mano sinistra tatuata aggrappata al microfono. Mano destra che stringe l’asta. Sobrio e di nero abbigliato. Ma umanamente distaccato. Ancora coinvolto. Forse. In quell’istante è magia. Uno dei break live più alti degli ultimi cinque anni (non ricordano affatto cosa ci sia stato negli ultimi sei, negli ultimi sette, negli ultimi otto…). Il brano si trasforma. Ritorna indietro. Animato da spiriti a noi sconosciuti. Immobile rimane anche quando segue la sua “Where Did You Sleep Last Night?” che nel 1990 divise con Kurt Cobain nel debutto solista “The Winding Sheet”. Non c’è tempo di metabolizzare. E’ droga ad effetto ritardato. Ed ha il gusto amaro dell’infinito. Come “Sideways In Reverse” che di “Bubblegum” era uno dei punti di forza e dove Dulli ricambiava il favore artistico. Poi scompare. Testa china. Senza ulteriori cenni. I “singers” continuano. Nessun cedimento. Fino allo stop. Che conduce al bis. Dulli al piano. Klein alla chitarra. Le note di “I’m On Fire” di Springsteen fendono l’aria satura. D’improvviso la notte springstiniana diventa la notte dei TV On The Radio di “Wolf Like Me” in mezzo alle quali si dimena “The Killer”. Tutto torna. Sempre. Tutto si fonde. Quando Lanegan è di nuovo tra noi è l’inizio del gran finale. Che si manifesta nella completa maestosità prima con “Flashback” (dal recente mini capo-lavoro) e quindi a cavallo di una strepitosa “Black Is The Color Of My True Love’s Hair”. Le luci girano la testa. I led si sdraiano esausti. Gli occhi lucidi raccontano di un’emozione. Tra cielo e inferno. L’unica possibile. Di questi tempi.

Emanuele Tamagnini

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