The Twilight Singers @ Circolo degli Artisti [Roma, 9/Dicembre/2004]

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E’ stato un peccato grave non esserci. Penso con sincero rammarico a tutti coloro che per un motivo o per l’altro si sono persi questo spettacolo. A meno di un anno dall’ultimo approdo romano (Febbraio 2004 al Villagio Globale) torna ad onorarci della sua ingombrante presenza Mr. Greg Dulli in compagnia dei sui Twilight Singers (organizzazione di Cesare Zappalà & Mescal ovviamente) all’interno dei quali figura anche Manuel Agnelli che sta accompagnano la band nel tour europeo dopo aver girato anche gli USA. Una connection nata da tempo (Agnelli suona la chitarra in ‘Summertime’ brano incluso nell’ultimo ‘She Loves You’) e ricambiata dall’ex Afghan Whigs con la produzione del nuovo Afterhours schedulato per i primi mesi del 2005 (Agnelli infatti tornerà a breve a Los Angeles per ultimare le parti in inglese). Grazie alla scaltrezza del mai domo Init (For Sale) al Circolo degli Artisti la possibilità dunque di assistere ad un pezzo di storia degli anni ’90. La sala è quasi tutta gremita, l’attesa viene alleggerita dall’esibizione di un duo locale chitarra/batteria, un originale ibrido tra melodia alternative italiana e sferzate garage. Piacciono quando coverizzano Battisti in una versione alla Vanilla Fudge, con il baffuto batterista a ricalcare le orme di un Carmine Appice dei bei tempi!

Ad un quarto a mezzanotte è il grande momento. Entrano i Twilight Singers che per l’occasione adottano nickname italiani – greg dulli = certo, jon skibic = tesoro, bobby macintyre = pazzo, michael sullivan = carissimo e manuel agnelli = figo. Dulli è da tempo ingrassato, il suo collo gonfio risalta sulla camicia nera, colore che adotta anche il resto del gruppo a parte “figo” che con tanto di baffetto si siede al piano vestito di rosso. Dall’attacco si capisce (se mai qualcuno se lo era dimenticato) che “questo” signore è di un’altra categoria. Greg Dulli è imponente, la sua voce GRAFFIA (unico termine calzante) e graffia ancora senza un benchè minomo cedimento. Il suono è compatto, devastante, tremendamente avvolgente, le trame si infittiscono e l’anima soul esce subito a darci il benvenuto. Passano brani dai tre lavori dei Twilight Singers (l’ultimo è di sole cover), Dulli è avvolto dal fumo delle sue sigarette, lancia qualche parola in un italiano abbozzato mentre i brani scorrono e magnetizzano noi poveri mortali. Ricorda come una sera di 24 anni fa scompariva Lennon, parte ‘All You Need Is Love’… dopo un’ora di stordimento passionale si congedano. Ma non è finita: è lo stesso Cesare Zappalà dopo qualche minuto di richiami a salire sul palco e annunciare che se vogliamo ancora Twilight Singers dobbiamo farci sentire di più. Tutto previsto Greg esce da solo… sorride, beve e fuma nuovamente, si siede al piano e chiede quale canzone abbiamo voglia di sentire. Qualcuno lancia ‘Debonair’ (dal capolavoro ‘Gentlemen’) ma Dulli ha voglia di toccare il cuore, la sua voce profonda (l’ho già detto quanto sia splendida?) fa centro al primo colpo, entra il bassista e poi come in un puzzle il resto dei ragazzi (Agnelli è ora alla chitarra). Ricorda il concerto al Villaggio e ripropone la cover degli Outcast (‘Hey Ya’) a modo suo, stravolta e immersa nello spartito personale fino a canticchiare in italiano un brano degli Afterhours. Di nuovo si cambia si riappropria della inseparabile Telecaster rossa e praticamente si ricomincia per quello che di fatto è un concerto degli Afghan Whigs. Scorrono i brani che hanno segnato l’alternative negli anni ’90. I brani di una vita iniziata ad Hamilton nel prolifico (musicalmente) Ohio. I brani che erroneamente (anche per la residenza iniziale alla Sub Pop) venivano inseriti nel filone del grunge rock! I brani che la gente sa a memoria. Dulli è ormai padrone della scena, è il più grande e sembra divenirlo sempre più. Il penultimo pezzo è emblematico per capire cosa significhi fare MUSICA. Eseguono infatti ‘Ooh La La’, storico brano dei Faces (inserito proprio nell’album ‘Ooh La La’ del 1973), sinceramente provo una certa commozione nel sentire una cover così magistralmente eseguita. Anche qui c’è soul. Afghan Whigs-alternative rock-Seattle connection-afterhours-agnelli-twilight singers-indie rock. Questo è l’esempio più grande di come in fondo sia sempre e solo Rock’n’Roll, l’esempio di come si torni sempre alle radici. Di come “anime” diverse apparentemente possano ritrovarsi intorno allo stesso fottuto tavolo. Non regge più nulla ora. Concludono il concerto in un crescendo spaventoso. Dulli ci lascia con alcune indimenticabili parole in italiano: Spogliati, spogliami, baciami, fammi un pompino…! Sale sulla batteria per dare il tempo dell’ultima nota. Giù di botto come vent’anni fa. Uscendo frastornato tolgo dalla tasca alcuni flyer di prossimi concerti… telefon grease tel aviv q and not boh…strappo via tutto. Ma cosa volete che mi importi. E’ stato un peccato grave non esserci. Grave.

Emanuele Tamagnini

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