The Twilight Sad @ Circolo degli Artisti [Roma, 13/Novembre/2009]

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Kilsyth è una cittadina nel bel mezzo della Scozia. Il North Lancashire. A metà strada tra Glasgow e Stirling. Dettaglio importante per comprendere il perchè i cinque Twilight Sad (4 + il live member Martin Docherty alle tastiere) siano così antiestetici. Insomma siano così brutti. Ma quello che conta, direte voi opportunamente, è la musica. E questa sera di buona se ne è sentita sinceramente pochina. Un improvviso malanno capitato al batterista, toglie dal proscenio d’apertura i deputati Sea Dweller. Peccato, avremmo avuto voglia di sentire il nuovo materiale.

Intorno alle 22.30 i cinque scozzesi fanno il loro ingresso in sala. Si nota subito la giovane età ed una certa timidezza nei confronti del palco. Il pubblico non è numerosissimo ma nelle prime file, un gruppo di alticci e fomentati compatrioti, fa rumore quanto basta, urlando ogni tanto “S-C-O-T-L-A-N-D-“. Con il classico accento ricurvo e cupo di quella terra così bella quanto poco ospitale (climaticamente intendo). Due album su Fat Cat per arrivare fino a Roma. Troppo poco. I meriti non sono stati, infatti, ancora acquisiti sul campo. Qualcuno dice che i Twilight Sad “sembrano i Mogwai che cantano come gli Editors”. Magari aggiungo io. Strumentalmente il suono “esce”. Appunto influenzato dai ben più “alti” colleghi Mogwai e da una certa tessitura rarefatta di fondo. Ma è il cantato/cantante che conduce il tutto fuori registro. Proposta davvero unica in questo senso. Suoni dilatati fronteggiati da James Graham. Massiccio, testa da hooligano, fisico flaccido e piazzato, movenze da singer alternative-metal-screamo, sempre di profilo al pubblico. Con l’impostazione “similissima” a Tom Smith. Ma molto più stonato rispetto al frontman degli Editors.

Suono grezzo, poco rifinito, brani che non raggiungono l’acme che a volte invece si ode su disco (il primo), immobilità, compitino portato a termine dopo un’ora abbondante. Duole sottolinearlo ma c’è davvero poco da salvare in questa esibizione della band britannica. E le atmosfere di ‘Fourteen Autumns & Fifteen Winters’ sembrano essersi già dissolte col primo sole. E non parlate più di shoegaze per cortesia. Grazie.

Emanuele Tamagnini