The Temper Trap @ Circolo degli Artisti [Roma, 15/Giugno/2010]

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Mi sono sempre chiesto: perchè i Coldplay e non i Doves? Una domanda che sopraggiunge quando penso all’appiattimento della cultura musicale di massa in Italia, una cultura regolata da logiche tali da permettere inspiegabilmente ad una determinata band, sulla base di criteri imprecisati, di godere improvvisamente di un enorme successo mediatico. Band di derivazione indie, o approdate da poco tempo nel mainstream in altri paesi, che inaspettatamente ottengono grandi airplay radiofonici e che magari ti ritrovi ad ascoltare nei supermercati insieme al recente vincitore di X-Factor. Il caso degli australiani Temper Trap è emblematico, visto l’enorme successo radiofonico ottenuto in Italia dal loro singolo ‘Sweet Disposition’, entrato addirittura nella playlist di Amici di Maria De Filippi. Successo favorito senza dubbio dalla visibilità internazionale ottenuta grazie agli spot della Diet Coke e della Chrysler, e alla colonna sonora del film “500 Days Of Summer”. Mi piace credere che la musica pop non sia solo un grigio veicolo commerciale, per questo evito di associare ‘Science Of Fear’ alla colonna sonora del videogioco Fifa 2010 e preferisco ricordarla come un’emozionante scoperta, la canzone che mi ha fatto conoscere questa band e il loro album d’esordio ‘Conditions’, poco più di un anno fa. Se vogliamo comunque rimanere in tema ludico, questo concerto al Circolo degli Artisti rappresenta un metaforico passaggio di consegne: da Fifa 2009 a Fifa 2010. Come gruppo spalla ci sono infatti i danesi Kissaway Trail, la cui canzone ’61’ è stata inserita nella colonna sonora del videogioco lo scorso anno.

Com’era prevedibile è un sold out, ed il locale si presenta già pieno prima dell’esibizione dei danesi. Un’esibizione che a tratti lascerà senza fiato per intensità e perfezione stilistica. I ragazzi si presentano in sei, alcuni di loro si alternano alle chitarre e alle tastiere, mentre due sono fissi alle percussioni. Diresti quasi, se solo avessero i violini, di assistere a un concerto degli Arcade Fire: droni e linee melodiche sognanti producono un sound evocativo e trascinante. Sicuramente il loro nuovo (secondo) lavoro ‘Sleep Mountain’ rappresenta un ulteriore ed evidente avvicinamento alle sonorità della band canadese di Win Butler, ma rispetto a questi ultimi la loro musica è forse meno malinconica, più gioiosa ed energica, a volte più vicina al power pop, come dimostra la splendida ‘New Lipstick’. Gli unici passaggi a vuoto sono rappresentati dai (pochi) brani in cui si avventurano in scontate ballate folk dai ritmi blandi e fiacchi, ma il finale è da brividi. La conclusiva ‘SPD’, il primo singolo estratto da ‘Sleep Mountain’, riesce a commuovere e ad entusiasmare tutti i presenti, un crescendo che conduce a una più che meritata ovazione finale.

Finalmente è il turno dei Temper Trap, che proporranno in poco meno di un’ora tutte le canzoni di ‘Conditions’, il loro unico album all’attivo. Rispetto alla formazione base, di quattro elementi, c’è un elemento in più che si alterna alle tastiere e alla chitarra. E forse quelli che si aspettavano un concerto capace di riprodurre tutte le sfumature melodiche ascoltate nell’album saranno rimasti parzialmente delusi, ma l’energia e il vigore trasmessi sono stati tali da infervorare il pubblico già dalle prime battute. Dai ritmi tesi e martellanti di ‘Rest’, capace di trasmettere improvvise scariche di adrenalina con i suoi riff ossessivi, si passa alle atmosfere più danzerecce di ‘Fader’, poi al puro brit pop della splendida ‘Down River’. Le pose del frontman indonesiano Dougi Mandagi sono a tratti irritanti, così come la sua canottiera bianca attillata, che mostra dei bicipiti freschi di palestra. Ciononostante la sua voce è tremendamente ispirata: falsetti, sfumature e cambi di tono dimostrano una padronanza vocale davvero impressionante. A un tratto arriva ‘Sweet Disposition’, faccio appena in tempo a riconoscere il riff di chitarra iniziale ma poi è un’impresa quasi disperata riuscire a sentire e vedere qualcosa in mezzo ai balli e ai cori del pubblico in delirio. Nel finale c’è spazio per l’energico drumming della strumentale ‘Drum Song’, in cui Dougi Mandagi si cimenta alle percussioni e con un semplice gioco di prestigio trasforma il timpano della batteria in una fontana da cui escono improvvisi getti d’acqua. Il bis è condito dalla conclusiva, magistrale esecuzione di ‘Science Of Fear’: Mandagi si avvicina alle prime file, mentre una selva di mani si protende per cercare di afferrarlo. Per quanto mi riguarda, posso finalmente dare sfogo al mio recondito bisogno di rock anthemico da stadio, e lasciarmi andare mentre immagino di fluttuare in aria trasportato dalle correnti emozionali generate da questa splendida canzone.

Matteo Ravenna

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