The Telescopes @ Evol Club [Roma, 8/Febbraio/2018]

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I Telescopes sono stati tra i protagonisti migliori della scena neo psichedelica e shoegaze inglese, collocata a cavallo tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90, affiancandosi a My Bloody Valentine, Spacemen 3, Ride e Loop. L’esordio discografico risale al 1988, proprio con uno split realizzato insieme alla band di Robert Hampson, seguito dall’album “Taste” per la What Goes On Records nel 1989. Noise, dream pop e space rock sono gli stili cardine; Velvet Underground, 13th Floor Elevators e Suicide i riferimenti iniziali più diretti. Firmano per la Creation Records ed incidono diversi EP prima di pubblicare il secondo omonimo album del 1992. Questo disco segna un evidente ammorbidimento del suono, che acquista una profonda eleganza pop nelle melodie ed ottiene un buon riscontro di critica e pubblico. Stephen Lawrie è un personaggio particolare e si prende dieci anni di pausa, prima di tornare con “Third Wave” nel 2002, seguito da “#4” nel 2005. Album che segnano un profondo cambiamento stilistico, facendo largo uso d’elettronica e contenendo brani più ambientali e dilatati. Quindi un nuovo lungo stop dalle attività, intervallato da qualche singolo e da partecipazioni a festival come l’ATP e l’Austin Psych Fest. Tutto caratterizzato dal consueto rimpasto dei musicisti che ruotano intorno al leader. Lawrie firma per l’etichetta tedesca Tapete Records e pubblica “Hidden Fields” nel 2015, che segna un ritorno alla forma canzone di matrice noise e shoegaze. Nel 2017 è la volta di “As Light Return”, che contiene brani astratti ed ipnotici, immersi in un muro di noise chitarristico e drones. Disco claustrofobico ed affascinante come il mini album che lo segue, dal titolo “Stone Tape”, realizzato solo in vinile dalla Yard Press. Questo il pretesto per ospitarlo sul coraggioso palco dell’Evol Club, nonostante i recenti passaggi in città, sia in gruppo che come solista.

L’apertura vede i Circus Joy, storica band noise e psichedelica romana, proporre in meno di trenta minuti e con ben otto elementi sul palco (voce, tre chitarre, basso, batteria, tastiera vintage e theremin), una manciata di brani recitati con piglio deciso in italiano, costruiti su bordoni rumoristi spessi e densi. Non tutto però funziona al meglio e all’inizio l’esibizione sembra più una rimpatriata che altro, mentre alla lunga mostra maggiore empatia. Alle 23:40 Stephen Lawrie sale sul palco e si siede su una sedia da cui non si sposterà per tutta la durata del live. Imbraccia la chitarra acustica con cui guiderà i brani, lancia il drone infinito che sarà la presenza inesorabile e costante della serata e scalda con del whisky una voce dotata di raro fascino cacofonico. Ad affiancarlo ci sono: JB Mancave alla chitarra elettrica, Marko Simic al basso, Tara Clamart alla tastiera e agli effetti e John Lynch al timpano e alle percussioni. Le prime note di “You Can’t Reach What You Hanger” ci portano nei territori di “As Light Return”, cogliendone a pieno tutto il mistero da cui è pervaso. “Dead Inside” apre l’ampia parentesi dedicata a “Stone Tape” ed è una ballata avvolgente e lisergica. La voce si insinua perfettamente in un crescendo noise di spessore, creando un bell’effetto che incarna una sorta di trasporto sincero verso gli inferi. Nel frattempo sullo schermo scorrono le immagini proiettate di deflagrazioni in volo, poste a monito come oscuri presagi. “The Speking Stones” si apre con l’arpeggio dell’acustica filtrato dall’effetto fisso del drone. Il cantato è ancor più emblematicamente cupo e fende la fitta nebbia noise generata sul fondo, creata dal feedback, i loop degli effetti e le percussioni leggere. Varia la timbrica ma non la ritmica e il pubblico gradisce, scoprendo il piacere di sapersi abbandonare, ondulandosi con gli occhi chiusi. “Become The Sun” è una ballad che sembra figlia di un viaggio nei sixties, usando l’acido sbagliato. Si fluttua forte nello spazio, brandendo sentimento e mestizia. “The Perfect Needle” è accolta con favore, ci riporta ai fasti di “Taste” e probabilmente rimane il brano più celebre realizzato dalla band. “The Desert In Your Heart” è codeina pura distillata, con un buon lavoro della tastierista con l’effettistica e con il chitarrista elettrico che mostra orgoglioso i benefici offerti dal rack che possiede. “Silent water” è un brano cardine di Lawrie. Lo troviamo sia nell’esordio che nell’ultimo mini album, in una rivisitazione morbida e meno intrippata proposta anche questa sera. La chiusura è affidata alla corposa e lancinante “The Living Things”, che si stacca dall’approccio desertico tenuto nell’ultima parte dell’esibizione e aumenta il ritmo con  l’ottimo lavoro del timpano. L’ipnosi che si crea in questo frangente è davvero trascinante e collettiva, mentre la lunga versione risulta magistrale nella sua assolutezza formale. Tutto sembra che stia per esplodere. La band si dimena con grande presenza scenica. Simic ha il phisique du role perfetto dello shoegazer: alto allampanato, col capello lungo e il capo sempre chino a guardarsi la punta delle scarpe. Mancave a tratti è perfettamente in linea al suo sodale, in altri si dimena come un ossesso. Spesso piegato sui suoi effetti, s’attorciglia su sé stesso, ricordando nelle movenze un certo chitarrista sonico newyorkese periodo SST. La Clamart balla senza posa, agitando la lunga chioma bionda e muovendosi sinuosa in penombra, celata dalla macchina del fumo. Lynch è vestito come se appartenesse ad una comune degli anni Sessanta, capelli e barba lunghi e brizzolati, percuote il suo timpano con vigore ed agita percussioni varie e tamburelli a sonagli di forme diverse. Sessanta minuti di concerto immersi in un fluido e non basterà al pubblico un richiamo deciso e continuo per ottenere almeno un bis. Il drone rimarrà fisso anche in questa vana attesa e farà sembrare quel bis possibile per diversi minuti, finché la scesa in sala del chitarrista e della tastierista non toglieranno definitivamente il dubbio.

Cristiano Cervoni

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