The Tallest Man On Earth @ Teatro Quirinetta [Roma, 13/Febbraio/2016]

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Ogni maledetta volta mi ricordo troppo tardi che non ho più sedici anni e non sto per andare a un concerto metal. Questi due addendi mi avevano permesso fino a poco tempo fa (non pochissimo tempo fa ad essere sinceri!) di presentarmi nei locali a ridosso delle esibizioni e conquistare, grazie alla freschezza delle mie giovini membra e con il favore del pogo selvaggio, una posizione privilegiata da dove assistere allo show in tutta “tranquillità” (tranquillità voleva comunque dire difendere il proprio avamposto con il coltello in mezzo ai denti e fare della persona/cosa davanti a sé la propria ancora di salvezza, azioni che non impedivano però la perfetta fruizione dello show, anzi). Sono passate da poco le 22 quando entro nell’atrio di un Teatro Quirinetta stracolmo che mi riporta, come il traumatico risveglio nella vasca di Neo in “Matrix”, alla realtà presente: non sto per vedere gli Slayer, ma The Tallest Man On Earth, e non avrò alcuna possibilità né la smaliziata faccia tosta per farmi largo tra la folla! Non ho neanche il tempo di rielaborare le mie riflessioni esistenziali che le luci in sala si spengono e Kristian Matsson, in arte The Tallest Man On Earth, fa il suo ingresso sul palco con band a seguito. Riesco a trovare una posizione di fortuna davanti al bancone del bar che se non fosse per l’assordante trambusto di bicchieri e ventole non sarebbe neanche troppo male. ‘Wind And Walls’ rompe gli indugi e mostra subito una perfetta sinergia tra i musicisti di supporto e il frontman Matsson, di cui eravamo abituati spesso a vedere le performance in solitaria con la sua chitarra acustica d’ordinanza. In questa veste folk più “rock” e meno intima Matsson sembra trovarsi a meraviglia, e da consumato animale da palco qual è non smette di muoversi un secondo, danzando e saltando come un ossesso. Da controparte ai brani più elettrici e corali, su tutti una ‘King of Spain’ davvero coinvolgente, lo svedese (sì, svedese, sembra assurdo con quella voce sudicia e suadente da epigono di Bod Dylan, ma è svedese) ci regala numerosi momenti di sola chitarra e voce, eterei e pregni di pathos, improntati sul continuo e dinamico sali e scendi della sei corde e della sua ugola. Purtroppo la fauna che compone il pubblico non è delle migliori, molti sono infatti più interessati a conversare amabilmente o a battere fragorosamente le mani nei momenti meno opportuni, nonostante i ripetuti, e pur sempre pacati, appelli al silenzio di Matsson. Meno pacati invece sono gli improperi che la parte più silenziosa della platea rivolge ai “disturbatori”, e un continuo e tedioso succedersi di “shhht!”, “clap clap” e “rumori fastidiosi a caso” faranno da leitmotiv dell’intera serata. Lo show di The Tallest Man On Earth comunque non risente assolutamente di questi intoppi e, grazie anche ad un’acustica e a un bilanciamento di suoni eccellente, fila via in maniera estremamente piacevole fino alla conclusiva gemma ‘Like The Wheel’, riarrangiata per l’occasione con un’armonizzazione a cinque voci eseguita da l’intera band. Il sold out con cui ha risposto il pubblico – chiassoso e meno – di Roma è un evidente sintomo del grande interesse che c’è in questo momento intorno al progetto di The Tallest Man On Earth, che pur non avendo dalla sua un’originalità compositiva esaltante è una delle realtà più interessanti del panorama folk contemporaneo.

Dario Iocca

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