The Tallest Man On Earth @ Alcatraz [Milano, 15/Ottobre/2015]

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Arriva dalla culla del metal Kristian Matsson, cantautore svedese noto con il moniker The Tallest Man On Earth. Dieci anni scarsi di attività e quattro lavori discografici per un artista in crescita esponenziale, spesso paragonato a Bob Dylan, pur con le dovute cautele, più che mai necessarie quando si scomodano personaggi come lo statunitense. Buonissima la partecipazione di pubblico anche per l’opening act di Phil Cook dei Megafaun, che è riuscito a regalare una performance convincente in linea con il mood della serata. Spasmodica l’attesa per l’esibizione del folk singer scandinavo, come dimostra anche il sold out fatto registrare già qualche giorno prima dell’evento. Il palco dell’Alcatraz, per l’occasione, è sulla destra, rispetto all’entrata, di fronte a dove si trova il bar rialzato. In tanti hanno scelto di seguire il concerto proprio da lì, nonostante la distanza, per poter godere di una visuale migliore. The Tallest Man On Earth arriva sul palco puntuale, accompagnato da un applauso scrosciante. Giunto a Milano per la prima data italiana (le tre successive saranno a Torino, Roma e Bologna a febbraio 2016), Matsson si è presentato con la riuscitissima cover di ‘Moonshiner’ di Bob Dylan, quasi a confermare quanto sia forte, nella sua attività, l’influenza di Robert Zimmerman. Echi dylaniani presenti anche nelle successive due tracce, entrambe provenienti dal suo ultimo disco ‘Dark Bird Is Home’: prima ‘Fields Of Our Home’, poi ‘Slow Dance’ scaldano atmosfera e pubblico unito in un sing-along sempre più forte. Matsson parla poco, la band fa il suo ingresso in stage e con una sezione ritmica più corposa il sound ammicca ora al rock, ora a una sorta di psych-folk. Prima di altri tre pezzi dell’ultimo disco (fra cui l’applauditissimo ‘Darkness Of The Dream’), in scaletta c’è spazio per ‘1904’ di ‘There’s No Leaving Now’, terzo disco di The Tallest Man On Earth. ‘Timothy’ anticipa quattro pezzi estratti dal primo e dal secondo disco: i presenti, sempre più partecipi, si uniscono nuovamente in un coro e la magia di una così calda atmosfera è palpabile. Buona anche la presenza scenica del cantautore, mentre la sua prestazione è praticamente impeccabile. Nei rari monologhi, prima belle parole nei confronti del fonico, poi commenti sul tour e sul fatto che quella dell’Alcatraz sia la sessantanovesima data. Qualcuno grida frasi allusive in inglese, Matsson capisce e si limita a un “are you drunk?”, fra le risate del pubblico. Dalle retrovie, qualcuno invoca ‘Pistol Dreams’ che però non arriva, ma non c’è motivo d’esser delusi. La cover di ‘If I Could Only Fly’ di Blaze Foley arriva quasi a metà concerto e introduce una seconda parte in cui sono proposti vecchi classici e soltanto due pezzi di ‘Dark Bird Is Home’, ovvero ‘Little Nowhere Towns’ e la titletrack, prima del finto abbandono. 
In reprise, ‘The Dreamer’ in versione molto più rockeggiante rispetto a quella studio, poi la malinconica ‘Like The Wheel’. Tempo di saluti: al lunghissimo applauso tributato dall’Alcatraz, The Tallest Man On Earth e la sua band rispondono con un inchino. Praticamente nessuna sbavatura in quello che è stato un live all’insegna di un folk in certi passaggi contaminato, di suggestioni dylaniane e di un forte impatto emotivo. I commenti a caldo, all’uscita, sono soltanto positivi: The Tallest Man On Earth s’è preso Milano e attende di poter ripetersi in Italia a febbraio.

Piergiuseppe Lippolis