The Strypes @ Covo [Bologna, 26/Aprile/2014]

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Devo essermi sinceramente perso qualcosa. Partiamo dall’inizio. Ore 22.30, arrivo al Covo, intravedo da fuori una fila che arriva quasi alla fine del parco antistante il locale. “Saranno quelli che non hanno la tessera”, penso. Passo quindi avanti e trovo il cancello chiuso “Ah, non hanno ancora aperto”. Macchè. “Sold out, prego aspetti fuori, apriamo tra due ore per la discoteca”. Che?! “No, ma io… guardi… avrei un accredito stampa, sa, sono di Nerds Attack!”. E quindi riesco ad entrare sotto gli occhi neri di invidia di quella 70ina e anche più di persone rimaste fuori. Gli Strypes sono la new r’n’r sensation proveniente dall’Irlanda, i cui membri a stento superano i 18 anni, con all’attivo un solo disco (‘Snapshot’), di cui tutto il mondo del biz che conta ne parla ma che a me, solito miscredente, aveva regalato sonori sbadigli, scrollate di spalle e un paio di “OK, questa è carina”. Dal vivo però mi aspettavo un risultato decisamente migliore cosa che effettivamente è avvenuta. Di spalla ci sono i nostri amati bolognesi Cut, ed è sabato sera, ed è l’ultima serata invernale al Covo (poi parte il Bolognetti Rocks con in programma già alcuni bei nomi come Dictators, Midlake, Billy Bragg…), però niente Cut. Me li son persi. Ma a che ora avete iniziato, alle 21? Porcaccia miseria.

Arrivo che gli Strypes stan suonando il secondo brano, riesco a infilarmi nelle retrovie delle retrovie visto che il locale è stipatissimo e…. però, mica male i ragazzini. Mi sommerge un rock and roll blues dalle tinte soul-garage di assolutissimo rispetto. Da un punto di vista musicale i ragazzi sanno il fatto loro, credo che a 17 anni abbiano ascoltato più vinili della metà dei presenti in sala e le conseguenze son evidenti. Sanno come si suona, sanno stare sul palco, hanno i ganci giusti, usano l’armonica a bocca come uno vero strumento, scaricano tonnellate di assoli in cui trovate mescolati Dylan, Diddley, Stones e tutto l’esercito rock/blues/pub dagli anni ’50 ad oggi. Quello che rimane assolutamente inspiegabile non è certo la bravura della band, capace anzi di far sembrere tutto facile ciò che facile non è, incredibilmente sicura dei propri mezzi e avidamente devota al classic rock, ma la follia del pubblico in preda al delirio, specie quello delle prime file, neanche stessimo assistendo ad una boyband. Appena il cantante o il chitarrista aprono bocca partono i gridolini di giubilo e godimento. Ma perchè? Il giorno prima ai Manges eravamo in 40 solo perchè non hanno il faccino bello? Perchè sono italiani? Il genere degli Strypes è piu anacronistico di quello dei Manges. Quindi? A stare lì sembrava che la gente fosse stata fulminata dalla riscoperta del rock’n’blues anni ’60. Gli Strypes, dopotutto, son ragazzini e quindi gli si perdonano amenità assortite come ad esempio la gara di urli tra cantante e pubblico, i “battiamo le mani”, le magliette a soli 25€, ma mi rimane difficile comprendere tutto il clamore suscitato dalla loro “presenza”. Ribadito che sono una più che discreta band, ottimi per il sabato sera, con le canzoni giuste e il faccino giusto e che dal vivo sono infinitamente migliori che su disco (per questo vi consiglio di andarli a vedere), mi chiedo, senza risposte, dove fosse fino a ieri tutto questo pubblico che sembra(va) non riuscire a vivere senza la  dose quotidiana di Faces e Dr. Feelgood. Misteri del rock and roll.

Dante Natale